Psicoterapia individuale: comprendere e curare il Disturbo da Accumulo

A cura della psicologa psicoterapeuta Dott.ssa Stefania Ciaccia

Un ambito della psicologia che solo recentemente ha iniziato a essere studiato e curato nella psicoterapia individuale è certamente quello legato al disturbo da accumulo (Hoarding Disorder).

Sicuramente gran parte della sua fama è dovuta ad alcuni programmi televisivi, che hanno portato alla luce la realtà di un disturbo che, ben pensandoci, è molto più vicina alla nostra quotidianità di quanto non si possa pensare.

Infatti, sembra ne soffra tra il 2 e il 5% della popolazione.

E riflettendoci, probabilmente ognuno di noi conosce (o forse non sa di conoscere) qualcuno che pensiamo aver troppe “cose” sparse in casa, oggetti di diversa natura che rendono il passaggio scomodo, o magari irraggiungibili alcuni mobili, per non parlare degli alimenti scaduti

Abbiamo già analizzato alcuni lati di questo disturbo in un precedente articolo, qui vorrei soffermarmi invece su tratti certamente non secondari dell’Hoarding Disorder, come la sua insorgenza e il trattamento nel mondo della psicoterapia individuale.

 L’insorgenza del disturbo

Categorizzare in modo corretto l’Hoarding Disorder non è semplice: innanzitutto, questo compare solamente nell’ultima versione del manuale diagnostico utilizzato da tutto il mondo psicologico (il DSM-V) come disturbo con caratteristiche proprie.

In precedenza, veniva visto come un tratto appartenente ad altri disturbi (ossessivo-compulsivo, di personalità, schizofrenia) con i quali condivide effettivamente alcune caratteristiche.

Inoltre, è difficile riconoscere “un disturbo”, poiché la maggior parte delle persone vive una vita apparentemente normale e sicuramente non pensa di avere bisogno della psicoterapia individuale.

Una caratteristica che sembra però comune nel disturbo da accumulo è la presenza di un evento traumatico al quale la persona sembrava, almeno in un primo momento, non aver avuto nessuna reazione psicologica particolare.

Buttare o non buttare?

Qualche anno fa, vidi un mio amico smontare da una chitarra rotta, le meccaniche (le placche e viti metalliche che si trovano in cima al manico e al quale si legano le corde): “cosa penserà mai di farne?” Mi domandai…

Circa un anno dopo, nel doposcuola dove lavoravo, un bambino piangeva: la sua chitarra era caduta, rompendo – guarda caso – proprio un paio di queste meccaniche.

Gli dissi di lasciarmi la chitarra, avrei saputo da chi farla sistemare.

In questo caso, conservare le meccaniche ha permesso di riparare la chitarra. Quindi il ragionamento del mio amico è da accumulatore o no?

Tenere o non buttare qualcosa, non è sbagliato o patologico a prescindere, il problema sorge quando le “cose” sono veramente inutili o inutilizzate, di dubbia igiene e provenienza e così tante da soffocare l’abitazione della persona.

La categorizzazione degli oggetti

La difficoltà a decidere la sorte di questi beni è dovuta in gran parte al problema che un accumulatore fatica ad assegnare un valore economico ed emotivo all’oggetto stesso.

Come nel caso della chitarra, anche qui esiste una componente di normalità: si può avere a cuore un ciondolo regalatoci dai nostri nonni, più strano tenere come ricordo un loro paio di calzini rotti.

Il trattamento dell’accumulo

Visto che solo recentemente l’accumulo seriale ha raggiunto una certa “fama”, altrettanto nuovi e in via di sviluppo sono i trattamenti volti a curare il problema.

Se la farmacologia non ha rivelato buoni risultati, un’ottima efficacia si è avuta invece con la psicoterapia individuale cognitivo comportamentale, che lavora solitamente su un doppio fronte.

Da un lato il focus è sulla modifica delle convinzioni errate riguardo ad esempio la natura, il valore e la possibilità di tenere o gettare determinate cose. A questo proposito, va sempre ricordata e ricercata in studio la motivazione profonda che ha provocato o che mantiene in vita il disturbo.

Da un altro lato, il lavoro con la psicoterapeuta prevede una graduale esposizione a situazioni di difficile gestione per un accumulatore, elaborando strategie alternative, lavorando sulla sua capacità di dare un valore e uno scopo (anche in prospettiva) a un oggetto.

Infatti, “aiutare la persona a liberarsi dagli oggetti” senza un lavoro più approfondito comporta sempre un alto rischio di ricaduta.