Rinoplastica: sei sicuro di sapere proprio tutto sull’intervento?

Molte persone, insoddisfatte dell’aspetto del proprio naso, si rivolgono ad un chirurgo plastico per chiedere una rinoplastica. Troppo spesso, però, non si hanno le idee abbastanza chiare e si tende a prendere alla leggera l’intervento. Cosa si deve sapere sulla plastica al naso?

La rinoplastica: una salvezza per molti versi, ma con consapevolezza e realismo

Vivere con un naso che non piace può essere una condizione difficile e dolorosa. Non accettare il proprio viso, provare un moto di disagio ogni volta che ci si guarda allo specchio, può portare, nel tempo, problemi psicologici anche molto gravi. Il primo tra tutti è la perdita di autostima, che può inficiare ed inibire tutti i settori della propria vita: sociale, sentimentale, professionale. A seguire, si può scadere nella depressione, nell’auto-limitazione di se stessi, in una serie di disturbi causati dall’insicurezza che possono contrastare pericolosamente la qualità della vita. Fortunatamente, al giorno d’oggi, la chirurgia plastica offre una scappatoia a questo problema, riuscendo a modificare la forma del naso tramite un intervento chirurgico. L’unico problema che può sorgere, in questo senso, è approcciarsi al colloquio col chirurgo e con il percorso di cambiamento con troppa leggerezza, pensando che sia una cosa semplice e veloce e che si potrà ottenere il naso dei propri sogni. È davvero così?

La rinoplastica: innanzitutto, un’operazione chirurgica

La prima cosa da tenere presente, quando si mette in cantiere l’idea di una rinoplastica, è che si tratta di un intervento chirurgico vero e proprio. Quindi:

    • prevede una preparazione fisica e psicologica, va affrontato con serietà ed attenzione, come un qualsiasi intervento chirurgico
    • non ci si può affidare a medici estetici o cliniche di dubbia fama, con l’intenzione di risparmiare qualche euro: si tratta di un’operazione chirurgica che deve essere effettuata da un medico chirurgo specializzato in chirurgia plastica, presso una struttura ospedaliera o una clinica che ne ricalchi tutte le caratteristiche
    • non sempre si ottiene esattamente “il naso dei sogni” ma bisogna avere delle aspettative realistiche, per non incorrere in una delusione
    • dopo l’intervento bisognerà affrontare, con la dovuta pazienza, un periodo di convalescenza, prima di poter apprezzare completamente i risultati dell’intervento

Cosa ci si può aspettare dalla rinoplastica?

In alcuni casi, se il paziente ha delle aspettative realistiche e comprende bene ciò che si può fare per migliorare l’aspetto del suo naso, effettivamente si ottiene il perfetto risultato che si desiderava. Bisogna tener presente che la rinoplastica modifica il naso sfruttando le sue ossa e i suoi tessuti: non si può stravolgere completamente la forma o fare un miracolo. La rinoplastica però garantisce, nel 100% dei casi, un nettissimo miglioramento dell’estetica del naso e del volto in generale, perché riequilibra i volumi e le proporzioni. In poche parole: rende il naso e il viso più bello possibile in base alla sua conformazione unica e personale.

Cose da sapere sulla rinoplastica: i vantaggi

La rinoplastica è un intervento che offre la possibilità di migliorare, e di molto, l’aspetto di un naso ritenuto canonicamente o soggettivamente poco attraente. Anche se va affrontato con consapevolezza e realismo, per evitare di ritrovarsi delusi o dinanzi a situazioni che non erano state messe in conto, è bene sapere che non si tratta di un intervento pericoloso, ma viene considerato di routine. I vantaggi e qualche dato sulla rinoplastica: in Italia vengono eseguite circa 27.000 rinoplastiche l’anno e nella quasi totalità dei casi, se effettuate da medici competenti e affrontate da pazienti ben consapevoli del risultato che otterranno, i risultati sono soddisfacenti sia da un punto di vista estetico che funzionale: si respira meglio, soprattutto se coesistevano piccoli difetti del setto solo l’8% degli operati di rinoplastica si rivolgono, in seguito, a un altro chirurgo perché vogliono riparare alla prima operazione l’intervento di rinoplastica, se eseguito su un adulto sano, è considerato a basso rischio ultimamente gli interventi estetici sul naso hanno costi più accessibili rispetto a 5 anni fa se si soffre a causa di un naso che non incontra il proprio gusto, operarsi e modificarlo migliora nettamente la qualità della vita, l’umore, la propria autostima e le proprie relazioni, in quanto ci si propone al mondo in modo più sicuro, sereno e felice grazie al perfezionamento delle tecniche chirurgiche, al giorno d’oggi la convalescenza è meno lunga e poco dolorosa.

Cosa tener ben presente riguardo la rinoplastica: i limiti

Il percorso di cambiamento, anche interiore, che implica il sottoporsi ad un intervento che modifica i propri tratti somatici, richiede sempre una certa dose di riflessione e consapevolezza. Ecco alcuni punti da tenere presenti:

      • la rinoplastica è un’operazione a tutti gli effetti: si esegue quasi sempre in anestesia generale, ma le nuove tecniche chirurgiche consentono di eseguire la rinoplastica in anestesia locale; può richiedere un day hospital o, in alcuni casi, fino a 48 ore di ricovero
      • almeno un mese prima dell’intervento bisogna smettere di fumare, di prendere la pillola anticoncezionale e di assumere aspirina e farmaci a base di acido acetilsalicilico, come ad esempio: Vivin C, Aspirinetta ed equivalenti. Questo per evitare eventuali problemi di trombi o sanguinamenti
      • come tutti gli interventi chirurgici, anche la rinoplastica ha dei margini di rischio, seppur bassi dopo l’intervento bisogna portare una piccola ingessatura per una settimana e, solo se necessario, dei tamponi nelle narici
        il naso resterà gonfio per almeno tre mesi.

Per vedere il vero risultato della rinoplastica bisogna pazientare ed aspettare che tutti i tessuti cicatrizzino e l’ematoma si dreni e riassorba. Ci vogliono almeno 6-8 mesi per vedere il risultato definitivo. La rinoplastica, come tutti gli interventi estetici, non è mutuabile: il costo dell’intervento è totalmente a carico del paziente, così come le visite preliminari, quelle di controllo, gli esami diagnostici e strumentali necessari e i farmaci. Se, fatto il bilancio dei pro e dei contro, si decide che la propria serenità mentale e il piacersi vale la pena sopportare qualche piccolo fastidio, non resta che rivolgersi ad un ottimo chirurgo plastico e discutere con lui il proprio problema: lo specialista sarà in grado di dare un’idea precisa di cosa si può ottenere nella specifica situazione.

Curare i disturbi alimentari dallo psicologo

Quando si parla di disturbi alimentari s’individuano diverse patologie che si manifestano in coloro che hanno una visione controversa del loro corpo e del regime alimentare da seguire. Ogni malattia che prevede un disturbo alimentare è causata spesso da problemi emotivi o reminiscenze psicologiche.

Un tipico comportamento di coloro che soffrono di disturbi dell’alimentazione è cercare di controllare i sentimenti negativi che animano il loro corpo attraverso il cibo. Tutto ciò però porta in realtà più che ha un sano controllo della dieta ad una gestione completamente errata del piano alimentare.

I disturbi dell’alimentazione si distinguono principalmente in: anoressia nervosa, bulimia, disturbi del comportamento alimentare non specificati, disturbo d’abbuffata compulsiva (spesso causa dell’obesità).

Quando parliamo di anoressia o bulimia nervosa, ci sono altri sottotipi di malattie e varie tipologie di condotta del disturbo.

Le principali cause dei disturbi alimentari

Come abbiamo anticipato i disturbi del comportamento alimentare prevedono una gestione difficoltosa di problemi più profondi, di solito legati alla psiche dell’uomo. Alcune delle patologie psicologiche che portano alla cattiva gestione dell’alimentazione sono: le fobie, ansia e attacchi di panico, sintomi compulsivi ossessivi, disturbo borderline, disturbo affettivo.

Certo queste non sono le uniche cause della comparsa di un disturbo alimentare, spesso succede che questi siano causati da eventi traumatici che in poco tempo portano il soggetto a riversare e “curare” il dolore con il cibo o con la sua privazione. I traumi principali che portano a soffrire principalmente di bulimia, anoressia, o sindrome d’abbuffata compulsiva, sono: episodi di bullismo, conflitti familiari, abbandono, divorzio dei genitori, problemi sociali e relazionali, violenze sessuali, fisiche e mentali.

Infine, una malattia che va di pari passo o insorge poco dopo il disturbo alimentare è la depressione.

Come incidono i disturbi alimentari sulla salute

Il disturbo alimentare comporta non pochi problemi di salute oltre che svariate patologie psicologiche. Uno dei principali rischi di coloro che soffrono e sopportano in silenzio un disturbo alimentare e d’incorrere in una grave depressione.

Chi soffre di questa patologia spesso non vuole ricevere delle cure, non parla del disturbo e anzi tende a mostrarsi più gioioso e vitale di quanto sia in realtà. Per questo motivo, bisogna porre molta attenzione a chi ci circonda, fare attenzione agli aumenti di peso e ai dimagrimenti improvvisi, per riuscire a intervenire prima che la malattia degeneri.

Oltre ai problemi psicologici legati a questa malattia, si rischia anche di avere ripercussioni sul proprio stato di salute. Tra le patologie più diffuse legate a questi disturbi, ci sono: acidità di stomaco, ingiallimento dei denti, caduta dei capelli e dei denti, disidratazione, danni permanenti all’apparato digerente e ai suoi tessuti, ingrossamento delle ghiandole, emorragie interne, ipotermia ecc…

Come trattare e curare i Disturbi alimentari?

Per trattare i disturbi del comportamento legati all’alimentazione è necessario il lavoro in sinergia di diverse figure professionali come: medici specialistici e terapisti specializzati. Uno dei primi interventi prevede comunque di permettere al paziente di curare i disturbi alimentari dallo psicologo.

Lo psicologo è l’unico che può risalire alle cause di questo disturbo e soprattutto permettere al paziente di rimediare ai problemi interiori che alimentano la malattia.

Acqua e sale: il mix perfetto per la cellulite!

Pochi sanno che acqua e sale sono due alleati magici che sconfiggono gonfiore e cellulite. Se si impara a dosarli ed utilizzarli correttamente possono diventare un vero elisir di bellezza.

Il sale non andrebbe utilizzato durante la preparazione dei cibi, perchè trattiene i liquidi nei tessuti ma disciolto nell’acqua per eliminare la cellulite è perfetto, perchè attira verso l’esterno i liquidi trattenuti nei tessuti eliminati attraverso la circolazione venosa e linfatica.

Come utilizzare acqua e sale per combattere la cellulite?

Per chi ha la possibilità, i bagni in acqua di mare sarebbero fondamentali per la cellulite: lunghi bagni tonificanti e camminata lenta con acqua che arriva sino all’altezza dell’ombelico.

Grazie al movimento massaggiante delle onde, queste eliminano le tossine in eccesso mentre il sale lavora direttamente sulla cellulite eliminando direttamente ogni tipologia di grasso localizzato. Dopo aver fatto questo esercizio, si consiglia di completare il lavoro andando a massaggiare direttamente sulle zone interessate, olio essenziale di lavanda, rosmarino oppure malva.

Se invece non si ha il mare a disposizione o siamo nelle fredde temperature invernali, si può ricreare una sorta di stessa azione nella vasca di casa:

  • riempire la vasca di acqua tiepida non troppo bollente
  • disciogliere 1 chilo di sale fino ed immergersi per almeno venti minuti

Come spiega www.rimedicellulite.com, il sito italiano specializzato sulla cura della cellulite, sarebbe ideale fare uno scrub sempre con sale marino integrale al fine di togliere le tossine che si sono accumulate sul primo strato di pelle, riattivando la circolazione che dovrà trasportare liquidi in eccesso ed eliminarli con il bagno salino successivo preparato.

Questa tipologia di azione è possibile effettuarla anche nei centri specializzati, dove i professionisti del settore effettuano uno scrub diretto per poi andare ad immergere il soggetto in acque marine con aggiunta di oli essenziali. Successivamente procedono con un massaggio rigenerante che apporta ulteriori benefici e miglioramenti all’aspetto della cellulite.

Questo è un trattamento che dovrebbe essere svolto almeno una volta alla settimana, associandolo con attività fisica, alimentazione equilibrata e idratazione continua.

Dunque, siete ancora dubbiosi sui benefici che questo rimedio naturale può apportare alla pelle che soffre di cellulite? Provate per credere!

Come combattere le vene varicose

Le vene varicose compaiono soprattutto agli altri inferiori. Si presentano come rigonfiamenti nodosi che possono interessare soprattutto i polpacci, ma anche la parte interna della gamba. Possono comparire anche sulle cosce insieme alle cosiddette teleangectasie, cioè piccoli capillari superficiali di colore rosso, violaceo o blu, esattamente come le varici.
Queste ultime si creano in quanto il sangue fatica a risalire al cuore e preme sulle pareti vascolari, dilatandole e creando delle anse.
Le cause delle varici sono spesso legate all’età, come succede per le donne in menopausa, per le quali si aggiungono anche problemi di tipo ormonale. L’insufficienza circolatoria può anche essere legata a patologie cardiache e propriamente vascolari, peggiorate dal sovrappeso.
Le gambe devono sostenere una pressione molto forte quando si è obesi e questo provoca uno sfiancamento delle vene, che non riescono più a tornare nella forma originaria.
Per combattere le vene varicose, sia quando sono appena comparse che quando sono già diffuse, si possono usare le calze elastiche. Si tratta di un rimedio molto diffuso ed efficace, che spesso è un ottimo coadiuvante delle cure farmacologiche e a seguito d’interventi chirurgici per avere una circolazione sanguigna ottimale.

Le calze elastiche per le vene varicose

Le calze elastiche per le vene varicose sono a compressione graduata, cioè seguono la forma della gamba, anche fino all’inguine, stringendosi e allargandosi con una certa pressione nei punti dove è necessario.
Le calze elastiche per le vene varicose si trovano sia a gambaletto che adatte a tutta la gamba e anche per donne in attesa di un bambino. In media esercitano una pressione che in corrispondenza della caviglia è massima, mentre all’altezza del polpaccio e del ginocchio è intorno al 60-70%, mentre scende al 40% alla coscia.
In questo modo le calze per le vene varicose accompagnano il flusso del sangue, comportandosi come una “pompa” accessoria esterna, che aiuta a mantenerlo nei limiti, senza premere sulle pareti dei vasi sanguigni. È bene ricordare che le calze elastiche per le vene varicose non portano alla guarigione o alla loro scomparsa, ma sicuramente aiutano a trattare l’insufficienza venosa in modo mirato e salutare.
La loro efficacia è quella di tipo terapeutico, perché impedisce che le varici peggiorino e che se ne formino di nuove.
Inoltre, indossare una calza elastica su una o entrambe le gambe attenua anche i fastidi e i sintomi tipici delle vene varicose, tra cui il senso di pesantezza che impedisce movimenti fluidi, il dolore sia quando si cammina che quando si tocca la parte interessata e il gonfiore. Quest’ultimo tende ad aumentare soprattutto nella stagione estiva, in quanto il caldo dilata i tessuti e il flusso è più scorrevole, formando così nuove varici.
Per trattare questa patologia è quindi importante usare ogni giorno le calze per le vene varicose, facendo attenzione alla scelta di questo prodotto che è curativo e palliativo.
Le calze per le vene varicose infatti non sono tutte uguali e la loro compressione lungo tutta la gamba, sia per quelle a gambaletto che per quelle fino all’inguine, viene misurata in millimetri di mercurio, che sull’etichetta sono riportati con il simbolo mmHg.
Di questo aspetto bisogna parlare con il chirurgo vascolare o l’angiologo, che conoscono bene la situazione clinica del singolo paziente e possono consigliare la calza elastica graduata più indicata.
Le calze elastiche per le vene varicose possono servire alle donne in gravidanza. In questo periodo infatti potrebbero comparire, soprattutto nell’ultimo trimestre ed essere prontamente trattate con questo rimedio.
Oltre a queste, anche i pazienti che non hanno potuto subire un intervento chirurgico devono optare per la compressione graduata.
Le calze per le vene varicose possono essere indossate anche da coloro che manifestano ulcerazioni, le quali vanno accuratamente medicate e quindi trattate in questo modo, in quanto sono traspiranti.
In tali casi le calze elastiche possono favorire una guarigione più veloce delle stesse ferite, per il miglioramento della circolazione.
La compressione graduata delle calze elastiche può essere utile anche a prevenire patologie come embolia e trombosi venosa profonda, sempre associando le dovute cure farmacologiche e terapeutiche del caso.
Le vene varicose possono comparire anche in quelle persone che per lavoro o altri motivi sono costrette a stare per molte ore consecutive in piedi o seduti. A questi si possono aggiungere anche coloro che devono affrontare un viaggio lungo in pullman, in treno o in aereo, dove ci si può muovere e camminare limitatamente.
Per questi soggetti esistono altri modelli di calze elastiche, che possono essere più leggere, da usare magari durante la stagione estiva, con una scelta che varia anche per i colori.
Somigliano spesso ai collant abitualmente usati dalle donne, ma sono più spesse e resistenti, per esercitare la giusta pressione in casi di vene varicose meno gravi.
In questi casi sono indicate quelle cosiddette “da riposo” che hanno la caratteristica di avere una compressione minore sia a livello della caviglia che delle cosce.
Si possono utilizzare anche a scopo preventivo, specie se in famiglia esistono casi precedenti di vene varicose, oppure se il vostro angiologo vi ha informato che siete predisposti a seguito di una visita.

Quando usare le calze elastiche

Le calze elastiche per vene varicose devono essere prescritte dal medico, perché sono terapeutiche. Nella fase di scelta, oltre al livello espresso in mmHg per la compressione graduata, è importante verificare che siano a marchio CE e che abbiano la garanzia di qualità.

Ansia e mal di stomaco: sono collegati?

Quante volte diciamo che sentiamo un dolore o una tensione allo stomaco come conseguenza dell’ansia? Ebbene, non si tratta di una semplice conseguenza psicologia della tensione, ma l’ansia, lo stress e la situazione di tensione possono veramente comportare una sensazione dolorosa allo stomaco.

Questa condizione assume un nome preciso: dispepsia funzionale, il che sta a significare che si tratta di un complesso di sintomi che scaturisce solo sulla base di una condizione mentale e che non è dovuto né a reflusso, né ad altre patologie.

L’ansia, la tensione, la sofferenza psicologica, perfino la delusione d’amore può comportare la dispepsia funzionale e quindi una sensazione di dolore allo stomaco.
Questa sensazione, secondo gli esperti, tende a diventare più acuta nel corso della digestione, oppure se ci si trova in un periodo di tensione.

Nella dispepsia funzionale, insomma, ad avere un ruolo di importanza primaria è proprio la condizione psicologica: la tensione giocata da diversi fattori che si ripercuote sullo stomaco.
Una volta esclusa ogni altra causa di natura fisiologica, è comprovato che potrebbe trattarsi del noto legame fra ansia e dolore.

Il dolore allo stomaco tende a manifestarsi subito dopo una lite, o quando si è in attesa di un appuntamento fondamentale, o in tutti i casi in cui l’ansia gioca un ruolo fondamentale.
Ovviamente la diagnosi della dispepsia funzionale, dato che non è scatenata da alcuna patologia fisica, è più difficile: bisogna giungervi per esclusione, dopo aver constatato che il dolore allo stomaco non scaturisce da altre cause come lesioni della mucosa gastrica.

Detto questo, come si cura la dispepsia funzionale? Trattandosi, come abbiamo detto, di un disturbo psicologico che si riverbera sul fisico, la cura ovviamente è palliativa: la soluzione migliore sarebbe quella di rimuovere la causa di stress o, meglio ancora, di imparare a gestirla.

I farmaci che in genere si usano nel caso di dispepsia funzionale sono quelli pensati per controllare il bruciore, quindi antiacidi, antisecretivi gastrici, e in caso di dispepsia funzionale cronica si possono usare anche ansiolitici ed anti depressivi.

In ogni caso, si consiglia l’uso, se possibile, di rimedi naturali come camomilla e preparazioni naturali calmanti che possono rilassare, soprattutto se si prevede di essere esposti ad eventi stressanti. Se la dispepsia funzionale prende il sopravvento spesso, la soluzione è quella di rivolgersi al medico per la diagnosi corretta e per una cura personalizzata. In alcuni casi, anche la psicoterapia potrebbe essere d’aiuto per rimuovere le cause del disagio.

Lunghe Degenze Domestiche: Come farsi assistere dalla ASL e Ottenere Detrazioni Fiscali

Ridotta mobilità, difficoltà motorie e disabilità possono essere causa di lunghe degenze a letto. Nelle strutture ospedaliere e nei centri specialistici i presidi ortopedici ed antidecubito garantiscono il comfort e soprattutto la sicurezza dei degenti, attraverso l’utilizzo di prodotti certificati e la presenza di personale sanitario specializzato nel trattamento e nella risoluzione di problematiche legate all’immobilità temporanea o permanente. Ma cosa bisogna fare per avere un letto ortopedico direttamente a casa?

Come richiedere gli ausili ortopedici alla Asl

Il sistema sanitario nazionale, tramite le ASL territoriali, fornisce letti ortopedici ai pazienti anziani ed invalidi che ne fanno richiesta. Ma quali sono i passi da compiere per fare richiesta di un ausilio ortopedico a casa propria?

Innanzi tutto occorre recarsi dal proprio medico curante per farsi rilasciare una richiesta di visita fisiatrica a domicilio. Una volta ottenuta la richiesta bisogna recarsi presso la ASL di competenza per pagare il ticket sanitario regionale dovuto per la prestazione. A questo punto la richiesta passa sotto la competenza dell’azienda sanitaria locale e in particolare del settore assistenza protesico, che si occupa della fornitura di presidi protesici come busti, plantari, carrozzine per disabili e letti antidecubito, oltre che di presidi per l’incontinenza e materiali per la medicazione. L’incaricato ASL effettua a questo punto la visita domiciliare, che deve essere fissata tramite prenotazione. Una volta constatata l’idoneità del paziente alla fornitura dell’ausilio, l’incaricato prescrive la fornitura dell’ausilio più adatto. A questo punto è necessario mettere in comunicazione il servizio sanitario nazionale con l’azienda convenzionata attraverso la richiesta di un preventivo di spesa, che poi deve essere presentato alla ASL di competenza che deve autorizzare la fornitura. Infine, previa autorizzazione dell’azienda sanitaria locale, l’azienda fornitrice dell’ausilio provvede alla consegna del materiale. L’ausilio ortopedico in questione, ad esempio il letto antidecubito, deve infine essere collaudato dal fisiatra incaricato, che si deve assicurare della qualità del prodotto e dell’idoneità rispetto alle esigenze del paziente.

Il materiale sanitario, quando non è più utile al paziente per motivi che possono essere numerosi), deve essere restituito, in modo che possa essere disponibile per altri pazienti o per altri scopi. La ASL in questo caso si servirà di una ditta incaricata esterna, che si farà carico del ritiro direttamente a casa.

Acquisto letto ortopedico e detrazione fiscale

E se invece di richiederlo alla Asl, decideste di acquistare il letto per disabili? Nessun problema, anche in questo caso ci sono delle agevolazioni, a prescindere dall’azienda di prodotti sanitari dalla quale scegliete di acquistare. L’agenzia delle Entrate riconosce in effetti particolari agevolazioni fiscali alle persone con disabilità, soprattutto per l’acquisto di ausili. L’imposta sul valore aggiunto è agevolata al 4% per tutti quegli ausili tecnici necessari al miglioramento delle condizioni della persona che abbia difficoltà motorie o di deambulazione. Rientrano in questa categoria i prodotti rivolti a coloro che hanno deficit permanenti di tipo funzionale: pannoloni per incontinenza, materassi antidecubito, letti ortopedici, cuscini per antidecubito, sedie da comodo. Oltre all’agevolazione dell’IVA, i disabili possono beneficiare anche della detrazione dell’Irpef pari al 19% delle spese sostenute per l’acquisto dell’ausilio.

Tutte le agevolazioni fiscali sono richiedibili da coloro che hanno una minorazione fisica, psichica o sensoriale e presentano quindi una condizione di disabilità. Queste persone sono tutelate dalla legge 104 del 1992, che ne attesta le condizioni oggettive e di conseguenza permette loro l’accesso a tutte le agevolazioni. Per ottenere i benefici previsti dalla legge 104 è necessaria un’attestazione dello stato di disabilità, tramite richiesta di accertamento inoltrata alla ASL.

Caratteristiche del letto antidecubito per anziani

Il letto per anziani è un ausilio ortopedico in grado di rendere più confortevole la vita di tutte quelle persone che per problemi gravi di mobilità sono impossibilitate ad alzarsi. In questi casi un normale letto diventa controindicato, in quanto non può soddisfare le esigenze di sostegno, comodità e movimentazione del paziente. A seguito di lunghe degenze infatti si può verificare l’insorgenza di problemi al livello circolatorio e cutaneo, oltre ad un generale indebolimento dei muscoli che presiedono il movimento di deambulazione.

Per prevenire l’insorgenza di questi rischi il normale letto deve essere sostituito dal letto da degenza, attrezzato con un materasso antidecubito che possa garantire una migliore ossigenazione del sangue. Il letto per disabili è inoltre provvisto di snodi di movimento indipendenti, attivati elettricamente o manualmente a seconda dei modelli, che consentono alla persona di alzare ed inclinare separatamente diverse zone del corpo. I modelli di letto antidecubito più comuni hanno di solito 3 sezioni, che consentono movimenti indipendenti della zona delle gambe, di quella del tronco e di quella della testa.

Il letto da degenza può essere inoltre munito di sponde anticaduta, in modo da garantire la totale sicurezza del paziente in caso di scivolamento. Altra caratteristica di vitale importanza in caso di degenza continuativa è la presenza di ruote piroettanti, che permettono di spostare completamente il letto in una zona diversa della casa e possono fare la differenza in caso di emergenza.

Reishi: il re della medicina erboristica

Il Reishi è un fungo il cui nome scientifico è Ganoderma Lucidum. Cresce nelle boscose e umide province costiere della Cina, e preferisce i ceppi marcescenti di castagno, quercia e altre latifoglie. Ha un lucido aspetto laccato; ha il cappello a forma di rene sul quale compaiono spore che lo fanno sembrare carta vetrata. È definito il re della medicina erboristica e molti erboristi lo considerano superiore al ginseng.

Il Reishi ha una storia particolare. Secondo la leggenda, i sacerdoti taoisti del primo secolo d.C. furono i pionieri nella sperimentazione del fungo. Lo inserivano in pozioni magiche che assicuravano longevità, eterna giovinezza e immortalità. All’epoca, essi praticavano l’alchimia ed erano noti per lanciare incantesimi e preparare strani miscugli.

Il Reishi occupò un posto importantissimo nel più antico trattato medico della Cina, compilato intorno al 200 d.C. In tipico stile cinese, il trattato divide i 365 ingredienti che descrive in tre categorie: superiori, medi e accettabili. Nella prima, il Reishi è in cima all’elenco, prima del ginseng. Per appartenere alla categoria superiore, un ingrediente deve avere potenti qualità medicinali e non produrre effetti nocivi o collaterali se assunti per lunghi periodi.

Ha potere spirituale e sviluppa lo spirito, rendendoti simile agli immortali. La fama del Reishi come “fungo dell’immortalità” giunse all’orecchio dell’imperatore Ti della dinastia Chin circa 23 secoli fa. L’imperatore allestì una flotta di navi governate da 300 uomini forti e 300 bellissime donne, ai quali ordinò di dirigersi verso Oriente, dove si pensava che il Ganoderma Lucidum crescesse, e tornare con il fungo. Le navi colarono a picco durante una tempesta. Secondo la leggenda, i naufraghi approdarono su un’isola, fondando una nuova nazione. Quell’isola, spiega la storia, è il Giappone.

Nel Pen T’sao Kang Mu (“La grande farmacopea”), un testo del XVI secolo, il compilatore Le Shih-chen dice del Reishi: “Influisce positivamente sull’energia vitale, o Qi del cuore, curando l’area del petto e giovando a coloro che hanno i muscoli del torace contratti. Assunto per molto tempo, l’agilità del corpo cesserà, e negli anni si allungheranno come quelli degli Esseri Immortali”.

Nell’arte cinese, il Reishi è simbolo di buona salute e lunga vita. Immagini del fungo si trovano su porte, architravi, arcate e ringhiere in tutte le residenze imperiali nella Città Proibita e nel Palazzo d’Estate. Spesso la storia parla di un Reishi inciso nello scettro usato nelle cerimonie ufficiali. Una veste di seta dell’imperatore mostra un pesco, nuvole e, in primo piano, un Reishi.

Per il popolo, l’immagine del fungo era usata come portafortuna o talismano. In disegni a inchiostro, arazzi e dipinti, a volte i soggetti indossano ornamenti o gioielli di giada a forma di Reishi. Kuan Yin, la dea cinese della guarigione e della compassione, è talvolta raffigurata con un Reishi in mano. Alcuni credono che la pianta della resurrezione della famosa fiaba del “Serpente Bianco” sia questo fungo. Nel racconto, noto a tutti i bambini cinesi e soggetto di opere liriche e canzoni, la Dama Bianca viaggia fino al lontano monte Kunlun per procurarsi

Come prevenire il cancro al colon retto con i controlli di routine

Il cancro è ancora oggi una delle patologie più pericolose e minacciose per l’uomo. Nonostante questo i progressi registrati in campo medico offrono la possibilità di evidenziare tutta una serie di esami più o meno specifici capaci di prevenire la malattia o almeno di portarla alla luce prima possibile.

Oggi ci occupiamo in particolare del cancro al colon retto e di come sia possibile prevenirlo sottoponendosi a semplici controlli di routine. La prevenzione e la precoce diagnosi restano infatti i modi migliori per affrontare qualsiasi tipo di patologia.

L’esame del sangue nelle feci per prevenire il cancro al colon

Uno degli esami più importanti in questo senso è senza dubbio quello delle feci, volto ad evidenziare la presenza di tracce di sangue negli escrementi.

A partire dal cinquantesimo anno di età è consigliabile sottoporsi a questo esame almeno una volta l’anno, unendo ad esso con cadenza quinquennale anche una sigmoidoscopia flessibile, capace di evidenziare eventuali malformazioni e polipi difficilmente evidenziabili in altro modo.

Torniamo però al test delle feci. Esso risulta positivo nel caso in cui le analisi portino alla luce la presenza di tracce di sangue. La presenza di sangue nelle feci può essere connessa ad una serie di fattori. Se infatti ragadi o emorroidi risultano dolorose, in caso di tumori o morbi specifici non sono presenti dolori localizzati e quindi il sintomo è meno visibile e può essere scovato solo ed esclusivamente attraverso questo tipo di esame che tuttavia risulta essere semplice e non invasivo.

La situazione diventa più preoccupante nei casi in cui il sangue si unisce a costipazione, evacuazioni disordinate, diarrea, febbre, mal di pancia, noduli addominali, feci scure. In presenza di tutti questi sintomi è opportuno contattare prima possibile il proprio medico di fiducia al fine di analizzare bene la situazione e portare alla luce la causa di tutti questi fastidi.

Come si esegue l’esame delle feci

Le tracce di sangue nelle feci si evidenziano proprio tramite questa analisi che prevede la raccolta di tre campioni di feci in tre momenti diversi. La raccolta è dilazionata per evitare che fenomeni temporanei intervengano sui risultati, ma in ogni caso è opportuno conservare le feci al fresco in frigo e in un recipiente ben chiuso al riparo dagli agenti esterni. La conservazione deve avvenire in contenitori sterili, in farmacia ne vendono di dedicati.

Per ottenere risultati affidabili è fondamentale ricordare che alcuni alimenti potrebbero falsare i risultati. E’ quindi necessario nei due giorni precedenti il campionamento evitare broccoli, melone, carote, angurie, funghi, ravanelli, carne rossa. Attenzione anche ai medicinali: ove possibile le cure in corso dovranno essere sospese per avere un risultato il più possibile attendibile.

Per ulteriori dettagli sull’esame e sulla sua correlazione con il cancro al colon, potete visitare il sito Salutarmente.it. In questo modo avrete una visione completa su cosa possa nascondere il fenomeno del sangue nelle feci, ma potrete giocare d’anticipo e correre subito ai ripari. In ogni caso è bene non farsi prendere dal panico: esistono una serie di patologie, virus, morbi più o meno gravi, non fatevi quindi