Come scegliere un parquet bio

Da qualche anno a questa parte si sente molto parlare di bioedilizia e bioarchitettura: si tratta di nuove frontiere che hanno a che fare con il mondo delle costruzioni di abitazioni ed edifici vari, il cui scopo principale è quello di preservare il benessere dell’uomo e, al tempo stesso, la salvaguardia dell’ambiente in cui viviamo.

In sostanza, il principio che muove queste tendenze è quello di realizzare costruzioni che garantiscano salute e comfort alle persone ma, contemporaneamente, che non abbiano un eccessivo impatto a livello ambientale (quindi impiego di materiali naturali la cui lavorazione rispetti precisi criteri di ecostenibilità, ecc.)

Cosa sono i parquet bio e come sceglierli

In un contesto di questo tipo, uno dei prodotti che sta riscuotendo maggiori consensi è rappresentato dai pavimenti realizzati in parquet bio. Come ci spiega Leandro Querci titolare di Operalignea.it si tratta, in pratica, di parquet ottenuti con legnami provenienti esclusivamente da foreste che aderiscono a determinati programmi che prevedono la riforestazione.

Il legno, di per sé, costituisce un elemento naturale ed ecologico (è biodegradabile, non inquina, può essere riciclato, è un ottimo isolante termico ed anche acustico, ecc.), ma perché possa essere considerato a tutti gli effetti “bio” deve possedere certi requisiti ed ottenere specifiche certificazioni.

Principalmente, queste certificazioni servono a garantire che gli alberi abbattuti per ricavarne il legname appartengano a foreste che prevedono specifici programmi di ripiantumazione e, soprattutto, che non si tratti mai di esemplari appartenenti a specie protette. Inoltre, se si vuole ulteriormente ridurre l’impatto ambientale, è sempre bene scegliere materiali provenienti da non troppo lontano, se non altro che siano di origine europea.

Meno avranno viaggiato, e meno avranno contribuito ad inquinare durante il loro trasporto. Peraltro, i parquet biologici realizzati nei Paesi dell’Unione Europea hanno solitamente livelli qualitativi più elevati e garantiscono al 100% la resistenza al fuoco e livelli bassissimi (quasi nulli) di emissione di sostanze potenzialmente dannose, come ad esempio la formaldeide.

Quest’ultima è stata ufficialmente riconosciuta come cancerogena, o nella migliore delle ipotesi molto irritante per occhi, naso e gola, dunque è molto importante scegliere prodotti che ne rilascino quantitativi del tutto irrilevanti e trascurabili.

La componente primaria di un parquet bio è, chiaramente, la sostenibilità del legno che lo compone e che ne costituisce l’elemento principale. Ma non è l’unica cosa importante: infatti, è necessario che anche le colle utilizzate per la posa siano prive di solventi e certificate, e stessa cosa dicasi per quanto concerne le cere e gli oli che si utilizzano solitamente per trattare appunto i pavimenti in parquet.

Infine, grande attenzione deve essere prestata al processo di lavorazione, che dovrebbe avvenire nel massimo rispetto dell’ambiente, cercando di limitare le emissioni nocive e sfruttando fonti di energia rinnovabili.
Ecco, insomma, tutti i motivi per cui scegliere un parquet bio può senz’altro rivelarsi un’ottima decisione per chiunque abbia particolarmente a cuore le sorti del nostro Pianeta.

Come prendersi cura di un parquet bio e che tipo scegliere

Per mantenere in buona salute un parquet bio, e permettergli dunque di durare a lungo nel tempo, è necessario provvedere alla pulizia utilizzando prodotti adeguati, e occasionalmente è bene effettuare ad un vero e proprio trattamento.

Intanto, ancor prima di scegliere un pavimento di questo tipo, bisogna valutare il livello di umidità dell’ambiente in cui si intende posarlo. Il parquet bio necessita di un’umidità compresa tra il 45% e il 65%, mentre la temperatura ottimale non dovrebbe mai superare i 30°C. Se l’abitazione in cui si pensa di utilizzare questa soluzione risponde ai requisiti di cui sopra, allora certamente si può pensare di scegliere un pavimento di grande qualità e carattere, come forse solo un parquet bio sa essere.

I primi tempi è importante fare attenzione alle eventuali macchie che potrebbero crearsi a causa del naturale processo di ossidazione del legno, che ne determina variazioni di colore. Quindi, sarebbe preferibile non tenere sempre nello stesso posto oggetti coprenti, come possono essere ad esempio i tappeti. Altrimenti, quelle zone inevitabilmente resteranno con un colore diverso rispetto al resto del pavimento.

Il parquet, si sa, è un pochino più delicato in confronto ad altri materiali come possono essere il gres o il marmo: premesso che esistono comunque in commercio prodotti che possono aiutare a rendere il legno più resistente ad eventuali abrasioni o anche al normale calpestio, è comunque buona regola cercare di fare attenzione a granelli di sabbia, sassolini, ecc. che potrebbero purtroppo rigarne la superficie.

Le finiture che si trovano sul mercato sono tante, tutte di ottima qualità, ma comunque con caratteristiche diverse. Al momento della scelta, oltre chiaramente a lasciarsi guidare dall’aspetto estetico, si può tener conto del fatto che il rovere è, ad esempio, forse una delle qualità che garantisce maggiore resistenza e durata nel tempo.

Farmaci liquidi: no al cucchiaio di sciroppo, sì al dosatore!

Secondo uno studio effettuato dai pediatri statunitensi, un’elevata percentuale di bambini è esposta al rischio di assumere una quantità eccessiva di farmaci. Un problema apparentemente poco noto, che però è causa di gravi danni per la salute: se, infatti, per un adulto, un sovradosaggio può comportare solamente qualche effetto collaterale sgradevole ma passeggero, per l’organismo di un bambino, molto più piccolo e delicato, poche gocce o qualche linea di sciroppo possono fare la differenza tra la vita e la morte.

È, dunque, fondamentale attenersi alle indicazioni del pediatra, o di un altro specialista, con la massima precisione possibile. Evitando sia di ‘calcare la mano’, sia di andare ‘a colpo d’occhio’. Sappiamo, infatti, che tentare di calcolare l’esatta dose di un farmaco liquido, senza utilizzare un apposito misurino o dosatore, può dare luogo ad errori di valutazione: un problema che non riguarda soltanto i genitori, ma talvolta anche il personale sanitario, specialmente nelle situazioni di stress o di lavoro eccessivo.

Va comunque ricordato che assumere anche soltanto qualche ml in più, per un neonato, può essere un’esperienza devastante, tanto da richiedere addirittura il ricovero in ospedale. Lo stesso discorso vale per i bambini di pochi anni, che non sono ancora in grado di metabolizzare eventuali sostanze in eccesso e, dunque, potrebbero avvertire sintomi come sonnolenza, mal di stomaco, nausea, vomito e, nei casi peggiori, arrivare a perdere i sensi, tanto da aver necessità di un intervento medico urgente.

Alla luce di tutto ciò, lasciare agli adulti il compito – e la responsabilità – di dosare un farmaco liquido senza strumenti appositi è davvero un grave errore. Per fortuna, però, esistono delle soluzioni innovative, come i nuovi dosatori Althena, marchio leader nel packaging farmaceutico, che rendono pressoché impossibile sia l’assunzione di una quantità maggiore di farmaco, rispetto a quella stabilita sulla ricetta, sia lo spreco di liquido, e in più riducono i tempi necessari (e il conseguente stress) per la somministrazione.

Ma cosa sono, con esattezza, i dosatori per farmaci liquidi? Parliamo di strumenti che presentano un design allungato, molto simile a quello di una siringa, ma ovviamente senza ago per non graffiare la bocca dei piccoli pazienti. Inoltre, sono dotati di un sistema di sicurezza a vari livelli – tre, nel caso dei dosatori Althena – che blocca la fuoriuscita involontaria del farmaco. All’interno, invece, è presente uno stantuffo con l’estremità a forma di cuneo, per facilitare lo svuotamento e non lasciare tracce di liquido.

I dosatori, dunque, si rivelano un’ottima alternativa a qualsiasi altro metodo di dosaggio, specialmente quelli più approssimativi, come il ‘vecchio’ cucchiaio da cucina. In un momento talvolta turbolento, come quello della somministrazione di gocce e sciroppi, avere a portata di mano uno strumento funzionale, pratico e intuitivo è un vantaggio da non sottovalutare. Gli operatori sanitari potranno, infatti, preparare la dose di liquido in anticipo, per trovarla già pronta dentro il dosatore e risparmiare tempo prezioso.

I benefici legati all’uso di un dosatore, quindi, sono diversi: dalla maggiore rapidità alla sicurezza di somministrare solamente il quantitativo desiderato. Terminato il momento della terapia, lo strumento dovrà essere lavato, igienizzato ed asciugato con cura, in modo da poterlo riutilizzare anche per altri pazienti. È anche per questo motivo che svariate strutture sanitarie pubbliche e private hanno deciso di dotarsi di strumenti del genere, con l’obiettivo di semplificare il lavoro di medici, infermieri e operatori.

Difatti, l’investimento iniziale per l’acquisto di un certo quantitativo di dosatori si traduce in una migliore gestione dei reparti, nella riduzione dei tempi di somministrazione delle terapie e nell’azzeramento dei rischi per i pazienti. Parliamo, dunque, di una serie di vantaggi che si riflettono, in un senso più generale, sulla qualità e sicurezza dei servizi erogati e che contribuiscono positivamente al prestigio della struttura.

Le migliori farine per fare la pizza a casa: quali sono 

Pizza fatta in casa, che passione! In questo periodo tantissimi italiani stanno riscoprendo il piacere (ed il risparmio) di cucinare in casa, e questo amore per la cucina non può che rivolgersi verso il piatto nazionale più famoso nel mondo: la pizza! La pizza è un piatto ricco, equilibrato e anche completo, che si può tranquillamente fare in casa, anche senza avere a disposizione un forno a legna professionale.

Fare una buona pizza è innanzitutto questione di scegliere gli ingredienti. Già, perché la pizza è un piatto estremamente semplice e quindi scegliere ingredienti di alta qualità, a partire dalla farina, è davvero essenziale per una buona riuscita del piatto.

Se quindi volete imparare come fare una pizza fatta in casa davvero buona, non dovete sbagliare sulla scelta della migliore farina per pizza in casa in modo che esca davvero buonissima.

Conoscere le tipologie di farine in commercio vi permetterà di fare una scelta oculata e di optare per la migliore per una pizza più morbida o più croccante, anche seguendo i vostri gusti personali. Ci sono opzioni più adatte ed altre che sono invece da evitare perché possono rovinare la vostra pizza home made.

Nella nostra guida alla migliore farina per pizza professionale vogliamo parlarvi, oggi, delle farine di grano tenero di frumento e di quelle di grano duro, per farvi scegliere la soluzione migliore per una pizza fantastica.

Come scegliere la migliore farina per pizza

Dovete sapere che un elemento fondamentale per la buona riuscita della pizza consiste nella formazione del glutine. Quando la farina viene unita all’acqua, e si impasta a mano o con la macchina, iniziano dei processi che modificano la struttura stessa della farina e si forma il glutine, l’impalcatura dell’impasto della pizza.

La qualità, e anche la quantità del glutine che si forma è uno degli elementi fondamentali della farina, che dipende dal tipo di ingrediente utilizzato.

La migliore farina per pizza è quella adatta alla panificazione e quindi adatta alla formazione di glutine.

Purtroppo non sempre nei supermercati si trovano farine adatte alla formazione della pizza: si tratta delle c.d. farine deboli, che hanno poco glutine e quindi che danno poco sostegno in fase di impastatura. I marchi commerciali inoltre non sempre optano per farine di alta qualità e spesso si possono avere dei risultati diversi anche con lo stesso prodotto.

La farina migliore per la pizza in casa: ecco quale è

Le migliori farine per pizza sono:

  • la farina 00. Si tratta di farina di frumento, è molto comune e facile da trovare. Si tratta di una farina raffinata senza semole e crusca, meno ricca di proteine, vitamine, fibre e sali minerali. L’impasto per la pizza sarà morbido. Non si tratta della soluzione migliore per la pizza, soprattutto se si desidera un effetto croccante e non troppo morbido, ma si può mischiare con la 0.
  • Farina 0. Essendo una farina che contiene più glutine rispetto alla 00, è sicuramente più adatta per fare pane e pizza. L’impasto infatti risulta molto più elastico, consistente e resistente, perfetto come base della pizza e di conseguenza è la soluzione migliore per la pizza fatta in casa.
  • Manitoba. La farina manitoba contiene molte quantità di proteine insolubili, e produce molto glutine a contatto con l’acqua. Spesso per fare la pizza viene miscelata assieme alla farina 0 o 00.

La migliore farina per pizza quindi è sicuramente la 0, anche se può essere utilizzata anche con altre tipologie di farina, mischiata in dosi sapienti. Se viene mischiata con la farina di soia tostata, ad esempio, la pizza risulta più croccante.

Come progettarne uno stand fieristico per ottenere grandi risultati

Prima di capire come progettare uno stand fieristico e quali elementi dello stand devono essere curati al fine di realizzarne uno vincente, è necessario conoscerne la corretta definizione.

Con “stand fieristico” si intende l’area con la quale un’impresa o un’azienda possono esporre i propri prodotti o far conoscere i propri servizi. È molto importante crearne uno che possa incuriosire il cliente, anche perché in questo modo, l’azienda potrà trarne diversi vantaggi. Proprio per questo motivo, lo stand andrà preparato con una cura perfetta ed ogni dettaglio dovrà essere scelto con grande attenzione.

Tra i vari elementi da considerare si possono citare la struttura, divisa in diversi tipi di aree, l’illuminazione e la parte grafica, il messaggio che si desidera dare alla clientela. Questa tra l’altro, dovrà essere rappresentata da un target ben preciso, cioè da una fascia di pubblico precisa.

Come progettare uno stand fieristico

Abbiamo quindi capito che, prima di preoccuparci degli allestimenti fieristici, è importante soffermarci sulla loro progettazione, per comunicare i giusti valori e dare vita ad uno stand che porti dei reali benefici all’azienda.

Di seguito trovi i consigli degli esperti in allestimenti fieristici di Alfad per ottenere il massimo dai tuoi stand!

La fase di brief il cliente

Per progettare lo stand per una fiera dovranno essere curati anche i dettagli più piccoli. Oltre a questo, c’è sempre il rischio di incorrere in sbagli piuttosto banali, ma purtroppo comuni. Uno di questi è quello di dare un messaggio sbagliato alla propria clientela, ma non solo. Collegato a questo tipo di errore, vi è il fatto di svelare l’intero scopo della campagna pubblicitaria, subito, senza prima incuriosire il cliente. In tal modo quest’ultimo difficilmente sarà attratto ad avvicinarsi allo stand.

Il primo obiettivo invece deve essere proprio quello di aiutare il pubblico ad avvicinarsi, a vedere la merce, a conoscere i servizi della propria azienda. Questo può essere considerato con uno degli obiettivi principali da dover raggiungere, per la realizzazione di uno stand fieristico perfetto. Il secondo step è quello di informare i clienti, una volta che si sono avvicinati. Attenzione però: l’informazione non deve essere un’aggressione, o il pubblico si sentirà oppresso, stufo e non mostrerà interesse.

Al fine di ottenere entrambi gli scopi, si devono curare gli elementi essenziali dello stand, scegliendone con attenzione minuziosa la tipologia, la struttura, realizzare una giusta illuminazione, scegliere il percorso migliore per l’ingresso dei clienti, fare attenzione ai materiali.

Scegliere la tipologia di stand

Non esiste un solo tipo di stand, e la bravura di chi ne organizza uno dovrà risiedere anche nella scelta della struttura giusta. Questa varia a seconda di quanto spazio si può occupare. La prima cosa a cui dover fare attenzione è sapere che esistono stand chiusi oppure aperti. In quest’ultimo caso, si possono scegliere diverse soluzioni come ad esempio lo stand aperto a penisola oppure a isola, quello a forma di L, aperto su due lati oppure su uno solo.

È molto importante scegliere la giusta struttura e forma dello stand, anche in base al tipo di messaggio da voler fornire alla clientela.

La divisione delle aree

Oltre ai diversi tipi di stand, questi ultimi si suddividono a loro volta in diverse aree, ognuna delle quali presenta un certo scopo di utilizzo. Di solito se ne contano 5 e c’è l’area per l’esposizione, l’ingresso chiamato anche “reception”, il meeting, l’area food, il ripostiglio e le aree funzionali. La prima citata merita il primo posto anche in un’ipotetica scala di importanza, dato che è la parte utile per esporre i prodotti. Di conseguenza sarà anche quella da curare nei minimi dettagli. Non è da meno però la parte dell’ingresso, utile per accogliere la clientela e fornire anche indicazioni utili. Chi si trova nell’area della reception quindi deve risultare molto gentile e disponibile e aiutare i clienti rispondendo ad ogni loro domanda.

Le aree successive sono più particolari, come l’area meeting, la cui denominazione significa “incontro” in inglese. È proprio questo infatti il suo scopo: si tratta di un’area di ritrovo, utile anche per trovare un po’ di relax dopo uno shopping sfrenato o dei giri continui all’interno della fiera.

Può essere utile però allo stesso scopo anche l’area food, che si contraddistingue da quella meeting solo perché in più presenta anche la possibilità di consumare cibo e bevande o in alcuni casi anche prodotti tipici delle aziende presenti in fiera.

L’area ripostiglio invece fa da magazzino, dove vengono inseriti tutti gli oggetti non necessari, o utili per ripulire lo stand, una volta terminata la fiera. Le aree funzionali si chiamano così invece perché ognuna ha una funzione precisa. Per fare un esempio, una può essere l’area utile per far poggiare i cappotti ai clienti.

Altro punto fondamentale: l’illuminazione

Lo stand non sarà vincente, se non avrà un’illuminazione idonea e strutturata in modo che vengano messi in risalto alcuni punti strategici. Ovviamente l’area da esposizione dovrà essere quella meglio illuminata, anche perché su di essa sono presenti i prodotti, quindi sarà necessario farli risaltare agli occhi della clientela, in modo che ne vengano mostrati i punti migliori. Ovviamente una corretta illuminazione non è sinonimo di illuminazione eccessiva o troppo forte: non ci sarebbe peggior errore che infastidire la clientela con luci esagerate.

Inserire il percorso giusto

Altro punto fondamentale da seguire per avere uno stand fieristico perfetto è il fatto di agevolare il passaggio dei clienti. Per perseguire quest’obiettivo ci sono appositi percorsi, che non solo devono mirare a non far creare file eccessive o sovraffollamento, ma anche a indirizzare il cliente, in modo che veda tutti i prodotti dello stand.

Esistono vari tipi di percorsi: possono essere multipli, singoli oppure chiamati “a ventaglio”. I primi presentano diverse corsie e sarà il cliente a scegliere quale tra queste seguire e quale parte dello stand vedere per prima. I percorsi singoli invece sono i più semplici, perché hanno una sola corsia. Utili sono anche quelli “a ventaglio”, che servono per esporre l’intera merce proprio su uno stand a forma di ventaglio, in modo che la clientela potrà vederlo a mano a mano, senza corsie da seguire.

Pensare all’arredo e alla parte grafica

Altri due elementi fondamentali per uno stand perfetto sono l’arredamento e anche la grafica. Entrambi devono essere realizzati nei minimi dettagli, al fine di non appesantire l’occhio della clientela, ma anzi invogliarlo tramite scritte, colori giusti e non eccessivi, arredo particolare. Ovviamente tutti questi elementi dovranno essere adatti al tipo di prodotto che si vuole sponsorizzare e in più dovranno essere scelti con il fine di dare un messaggio ben preciso.

Il purificatore d’aria cambia la casa

Accade spesso in Italia e nel Mondo che l’inquinamento dell’aria tende a superare in maniera significativa le soglie di sicurezza e i limiti stabiliti dalla legge.

Questo superamento avviene ogni anno in inverno specialmente nelle città della Pianura Padana, portando le persone a preoccuparsi maggiormente per la propria salute e chiedersi se ci sia qualche prodotto che possa aiutarli ad evitare un’eccessiva esposizione alle sostanze inquinanti.

Tra le soluzioni che vengono prese in considerazione c’è quella di acquistare un purificatore (o depuratore) per l’aria.

Il purificatore d’aria è quel dispositivo che assorbe l’aria della stanza nel quale viene installato, e tende a rimetterla in circolo dopo averla fatta passare attraverso un filtro.

Occorre capire ancor meglio come funziona questo dispositivo e soprattutto se sono efficaci per ridurre l’inquinamento dell’aria nelle case.

Un purificatore d’aria può essere impiegato unicamente in uno spazio chiuso, prevalentemente lo si usa in casa o in ufficio, la prima cosa da sapere è che, diversamente da quanto ci si può aspettare, l’aria che andiamo a respirare quando siamo al chiuso (in casa, al lavoro, in alcuni negozi che visitiamo) è in linea generale assai più inquinata di quella che respiriamo quando ci troviamo all’aperto.

Nei luoghi chiusi le fonti di sostanze inquinanti sono davvero tante, dall’inquinamento dovuto al traffico e la concentrazione di pollini si aggiungono tutte quelle sostanze prodotte da esseri umani e animali, tra cui:

  1. anidride carbonica che espiriamo,
  2. gocce di saliva che escono quando tossiamo o starnutiamo,
  3. peli,
  4. forfora,
  5. sostanze che provengono da processi di combustione quali la cottura dei cibi,
  6. sostanze derivante dal riscaldamento,
  7. fumo di sigaretta,
  8. incensi,
  9. candele

per citarne solo una parte. A questo elenco si vanno ad aggiungere le sostanze gassose che provengono dai materiali impiegati nella costruzione e nell’arredamento degli edifici, dai prodotti per la pulizia e da prodotti quali smalti, solventi, colle e antiparassitari e da tecnologie come umidificatori e condizionatori d’aria, vaporizzatori, sistemi di riscaldamento, frigoriferi, stampanti e fotocopiatrici ai quali si aggiungono ulteriori elettrodomestici. A questo sito puoi approfondire l’argomento e leggere una guida alla scelta del purificatore d’aria.

Osservando tutto questo, come può aiutarci un purificatore dell’aria?

Va fatta una premessa, nel complesso un purificatore non può risolvere totalmente l’inquinamento in casa.

I composti che vanno ad impattare maggiormente sulla salute degli esseri viventi sono i COV sigla che sta per: composti organici volatili, in sostanza dei composti chimici che hanno la loro caratteristica principale nella volatilità, a cui si aggiunge il PM sigla che sta per: particulate matter, ed identifica tutte quelle sostanze sospese nell’aria che hanno un diametro fino a mezzo millimetro, prodotte sia da fonti naturali quali i pollini, sia da fonti artificiali e antropiche quali industrie, riscaldamento o traffico, fine e ultrafine.

I filtri HEPA presenti sui purificatori più performanti, riescono a trattenere il PM fine e ultrafine, ma rispetto ai COV, che rappresentano una parte assai consistente delle sostanze presenti nell’aria delle abitazioni, possono fare davvero poco.

 

Nel mese di maggio 2019, Altroconsumo ha avviato dei test sui purificatori d’aria con una premessa, quella secondo cui non è stato di fatto dimostrato che i depuratori siano capaci di migliorare la salute delle persone sane, come non esistono prove che prevengano le malattie respiratorie.

In sostanza il test condotto scientificamente, ha dimostrato che chi soffre già di disturbi, in particolare chi è allergico a inalanti quali pollini, acari della polvere, muffe e via discorrendo, e che hanno sintomi che peggiorano quando si trovano all’interno della propria casa, può trarre giovamento dall’impiego di un purificatore, specialmente nel periodo di fioritura delle piante e quando vi sia una maggiore presenza di pollini nell’aria.

È bene quindi conoscere i dati scientifici prima di effettuare un acquisto di qualsivoglia apparecchio da mettere nella propria abitazione.

Giocattoli in legno: tradizione o cura dell’infanzia?

I giocattoli in legno sono un classico, ma anche una riscoperta che ci fa riflettere sul passato, sul come i nostri parenti giocavano e interagivano con oggetti realizzati in materiali naturali.

Non è un caso che anche in Italia si siano aperte delle gallerie e delle mostre che vedevano protagonisti questi giocattoli, proprio in virtù del fascino antico e ispiratore che ancora oggi influisce sulle nostre scelte.

Viviamo in una società iper razionale, che spesso dimentica il linguaggio non verbale, in tale linguaggio tipico dell’infanzia e che permane fin quando non interviene il linguaggio verbale per come lo intendiamo noi adulti, nei bambini lasciare un gioco fuori dalla cesta significa non solo evidenziare una dimenticanza, ci aiuta la psicologia dell’infanzia a comprendere al meglio questo linguaggio che un tempo riguardava anche noi.

Raramente tale “dimenticanza” o abbandono fuori dalla cesta avviene con giochi in legno.

Talvolta con i giocattoli in legno avviene un qualcosa di particolare, il bambino o la bambina li prediligono ad altri giocattoli, anche più moderni, sponsorizzati e promossi da marchi anche molto famosi.

I giocattoli “di una volta” particolarmente quelli in legno, stimolano il linguaggio della fantasia, dell’interconnessione, per cui aiutano a creare una personalità indipendente, curiosa e fantasiosa, bastano queste ragioni per sceglierli?

Certamente aiutano!

Ci poniamo una domanda:

“Tradizione o cura dell’infanzia?”

I giocattoli in legno sono entrambe le cose, in un approccio olistico la formazione ha anche a che fare con la parte emotiva del cervello, quella relativa alla fantasia, alla ricerca di linguaggi molteplici, che vengono sollecitati da questo genere di giocattoli.

E questa è una forma di cura dello spirito.

Giocare è la base dello sviluppo dei nostri figli, e non occorre soltanto a divertirsi o a soddisfare il capriccio di un momento, aiuta anche ad imparare a relazionarsi con gli altri e con l’ambiente che circonda i più piccoli, è una forma di interazione molto importante, per cui giocare con materiali vivi o prodotti artificiali assume una rilevanza specifica.

I giocattoli in legno stimolano la parte del cervello deputata all’immaginazione, come detto, e aiuta ad interconnettere con una serie di sensazioni, per cui se scegli di comprare e far comprare giochi in legno, opterai per questo “classico” mai diventato obsoleto sapendo che stimola caratteristiche innate che da altri giochi non vengono stimolate.

I giochi in legno sono anche molto resistenti, dal lato pratico questa caratteristica permette loro di distinguersi ulteriormente rispetto ad altri generi di giochi realizzati con materiali dalla dubbia durata.

Oggi viviamo in una realtà iper connessa e tecnologizzata, per cui i giocattoli in legno ci possono apparire erroneamente come “vecchi”, ad una prima osservazione, ma invece tali oggetti (anche da collezione per alcuni cultori) hanno animato il gioco dei più piccoli per anni ed anni, costituivano anche prodotti artigianali che portavano con loro una sapienza manuale e creativa che oggi in parte si è persa.

I giochi di un tempo rischiavano di perdersi, passando di moda, ma così fortunatamente non è stato.

Oggi stanno vivendo una nuova alba e molti genitori stanno acquistando questi “prodotti di un tempo” preferendoli ad altre tipologie di giocattoli tecnologici che non allenano la fantasia, nella maggioranza dei casi, e quindi non fanno sviluppare abilità se non quelle di dirigerli.

In un mondo quasi completamente digitalizzato, rivolgersi a giocattoli in legno può apparire anacronistico, ma in realtà non lo è affatto perché i giochi di questo tipo rispondono ad un bisogno primario, quello della scoperta di un modo di giocare, stimolando una forma di personalizzazione assente nei giochi tecnologici.

In conclusione, se ancora ti stai chiedendo la ragione per cui dovresti scegliere giocattoli in legno, sappi che questi, rispetto ad altri, promuovono una genuina creatività senza imporre schemi programmati e vanno a favorire lo sviluppo delle attività motorie primarie e anche della ricerca di soluzioni tipiche del cosiddetto “problem solving”, oltre che il pensiero laterale e come detto in precedenza, l’immaginazione.

Profumo intenso al caffè: quale scegliere

La primavera sta arrivando e così le belle giornate. Non è tutto rose e fiori purtroppo, per molte persone è anche un periodo di allergie e spossatezza.

È scientificamente dimostrato come gli odori che sentiamo influiscano sul nostro livello di energia e umore, pensiamo all’aromaterapia o semplicemente alla sferzata di energia che proviamo dopo aver annusato una foglia di menta.

Perché non sfruttare queste proprietà con un profumo da indossare tutti i giorni?

Un profumo al caffè magari!

Una novità? No di certo.

Il caffè viene usato nei rituali di bellezza fin dai tempi più antichi per le sue proprietà rinvigorenti e energizzanti.

Famose sono le beauty routine con i fanghi al caffè per migliorare la circolazione, inoltre i fondi di caffè vengono usati nella preparazione di cosmetici e creme antirughe come rivitalizzanti.

Ma il profumo che vantaggi può avere?

I vantaggi del profumo al caffè

Il profumo al caffè potrà sembrare un’utopia, eppure offre numerosi vantaggi:

  • Innanzitutto, è una profumazione insolita e sfiziosa perfetta per farsi notare.
  • Ha, come abbiamo detto, un vantaggio aromaterapico, stimola la produzione di serotonina e dopamina e dà energia.
  • Combatte la depressione stagionale e rafforza il sistema immunitario.

Se cerchi una scia indimenticabile che lasci le persone a bocca aperta il profumo al caffè è quello che fa per te.

Come si ottiene?

È facile dire profumo al caffè ma come viene prodotto?

La produzione del caffè rispecchia il rituale che ne contraddistingue il successivo consumo.

Il caffè si ottiene dai semi delle piante del genere Coffea tostati e macinati in una polvere finissima. È proprio questa che viene richiamata dalle note gourmand dei profumieri quando creano i profumi al caffè.

Un odore particolare, terroso e intenso che viene spesso stemperato da altre note più dolci e gentili.

Ciò che si ottiene sono fragranze intriganti e persistenti, perfette per chi desidera sperimentare con profumi artistici e di nicchia.

Un esempio perfetto di fragranza al caffè è il Profumo Montale Intense Cafè, uno dei bestseller della Maison profumeria di Montale, nata nel 1993 e prosperata fino ad oggi anche grazie all’intrinseca qualità delle materie prime usate, tra cui il caffè.

Intense Cafè è caratterizzato dalla nota intensa e persistente del caffè smorzata dalla componente avvolgente della vaniglia e dalla dolcezza della rosa.

Come riconoscere un profumo al caffè di qualità

Ecco alcune caratteristiche da cercare in un profumo al caffè di qualità:

  • La nota del caffè è percepibile ma non troppo intensa. È necessario un equilibrio tra le varie componenti di un profumo per renderlo di qualità. Molti profumi contengono pochissimo caffè per risparmiare tanto da rendere la nota impercettibile, altri esagerano e rischiano di rendere la fragranza troppo pesante.
  • L’aroma del caffè è persistente e non evapora dopo pochi minuti a contatto con la pelle. Questo vuol dire che il mix delle note profumate è stabile ed è stato studiato per durare nel tempo.
  • Il brand che l’ha prodotto utilizza materie prime di qualità ed è specializzato nella composizione di fragranze dai toni esotici e avvolgenti. L’odore di caffè può risultare pungente e scegliere una pianta di qualità, manipolare le note olfattive con maestria e raccoglierle in un profumo richiede un gran dispendio di tempo e risorse che spesso i brand commerciali non hanno.

Il profumo al caffè è perfetto per te

Questo tipo di fragranza non è per tutti.

Il profumo al caffè è perfetto per te se provi fascino per l’immaginario orientaleggiante di luoghi esotici e lontani, se ami il calore di una tazza di caffè durante le più rigide giornate dell’inverno e se non puoi fare a meno della sferzata di energia tipica della bevanda.

La complessità dell’aroma di caffè si svilupperà nell’arco della giornata, fondendosi sempre di più con la tua pelle e dando vita ad abbinamenti insoliti e camaleontici. Questo permette alla singola fragranza di essere distintiva sì ma di non annoiare mai, riproponendosi in mille varianti perfette per il giorno e la sera.

I distributori automatici di caffè al lavoro (e non solo) 

Il caffè è la bevanda calda italiana per eccellenza che abbiamo esportato nel mondo intero. Il nostro mitico espresso è considerato inimitabile, anche se esistono tantissime altre varietà di caffè, come ad esempio quello lungo, macchiato, il cappuccio, il decaffeinato e via dicendo. Qualsiasi sia la vostra scelta ed i vostri gusti, quello che è sicuro è che il caffè è ancora oggi simbolo della pausa e del relax nel mondo intero. Ecco perché negli uffici, scuole, locali pubblici e non spesso troviamo i distributori automatici di caffè che sono la scelta ideale per una piccola pausa piena di gusto.

La pausa caffè è un momento molto diffuso nelle nostre giornate, soprattutto nella routine italiana dove il caffè diventa anche il simbolo di un momento di relax e tranquillità, magari da condividere insieme. Inoltre fare piccole pause durante il lavoro rende più produttivi e permette al cervello di riposarsi. I distributori automatici sono perfetti per tutti i luoghi di aggregazione e permettono un guadagno sicuro e un prodotto di alta qualità da distribuire agli utenti. Si tratta di una soluzione perfetta, solo per fare qualche esempio, per uffici, ospedali, per scuole, negozi e non solo, si incontrano sempre più spesso anche distributori automatici di caffè e di alimenti anche nelle grandi città.

Se volete creare una zona relax nel vostro ufficio, non potete fare assolutamente a meno dei distributori automatici che saranno perfetti per regalare una pausa di gusto ai vostri dipendenti.

I distributori automatici di caffè sono quindi la soluzione perfetta per chiunque cerchi un macchinario ideale per la pausa in ufficio o in un altro locale, per spezzare la routine e per regalarsi un attimo di gusto, con tutto il sapore del caffè italiano. Permettono di avere sempre un ottimo caffè o anche altre bevande calde e fredde a portata di mano, per staccare dal lavoro e fare una pausa con i colleghi e per un attimo di tranquillità. Ma come funzionano i distributori automatici di caffè?

Lo abbiamo chiesto ai responsabili della azienda Tecnocaffè di Firenze, specializzata in distributori automatici di caffè, ed ecco che cosa ci hanno spiegato a riguardo.

 Come funzionano i distributori automatici di caffè

Vi siete mai chiesti quale sia il funzionamento di una macchina che fa il caffè in serie? Nulla di troppo complicato, al contrario di quanto potrebbe sembrare.

I distributori automatici di caffè funzionano in modo molto semplice. Il processo di erogazione della bevanda calda comincia per mezzo di una caldaia che scalda l’acqua a 100 gradi centigradi, e una quantità di acqua corrispondente al tipo di bevanda richiesta viene messa in camera di infusione, assieme agli aromi del caffè. Un funzionamento davvero semplice ma essenziale che ci consente di avere ogni giorno un caffè caldo nei nostri uffici.

Le cialde che vengono usate sono di alluminio o ottone, e per questo la manutenzione corretta delle macchinette del caffè è di fondamentale importanza per una bevanda dal gusto unico.

Ovviamente bisogna avere a disposizione distributori automatici di caffè di ultima generazione, moderne e con tante funzioni diverse per poter soddisfare anche gli utenti più esigenti.

Fondamentale per la giusta gestione dei distributori automatici di caffè è la pulizia e la manutenzione, che consentono di mantenere un prodotto di ottima qualità, ed ovviamente l’uso di miscele di qualità superiore per un caffè davvero gustoso e saporito. Le miscele di qualità sono sicuramente preferite dagli utenti che di conseguenza berranno più spesso il caffè dai distributori automatici di caffè: al contrario, miscele di scarsa qualità ed economiche potrebbero ben presto stancare gli utenti.