Dermatite da pannolino nei neonati, cos’è e come curarla

La pelle dei bambini, come è noto, è particolarmente delicata e sensibile, quindi più facilmente soggetta ad irritazioni soprattutto in alcuni punti del corpo. È il caso della classica dermatite da pannolino che crea fastidi e bruciori con conseguente irritabilità e nervosismo del piccolo (http://www.ospedalebambinogesu.it/dermatite-da-pannolino#.XSnZlFZS8sw). Si tratta, in realtà, di un problema abbastanza frequente, che compare nei primi mesi di vita e tende a scomparire con la crescita. la pelle del sederino e della zona inguinale appare arrossata, con il tempo può diventare ancora più irritata e cominciare a screpolarsi, con formazione di vesciche; la cute al tatto è più calda. Il bambino avverte il dolore ed il fastidio per cui piange con più frequenza e non tollera il momento del cambio del pannolino, che gli procura più dolore.

Cos’è la dermatite da pannolino

La candida è un fungo normalmente presente nel corpo umano, ma in genere in misura minore rispetto ad altri microorganismi. Può capitare, però, che in alcuni casi, per mutate condizioni dell’individuo, essa tenda a proliferare in modo anomalo, dando luogo ai fenomeni appena descritti. Nelle donne, ad esempio, non è raro assistere ad infiammazioni dovute alla candida nella zona dei genitali. Così avviene anche nei bambini che, portando i pannolini, presentano le migliori condizioni di umidità e calore per la crescita del fungo. L’infezione inizia con un leggero arrossamento intorno alle pieghe delle cosce, dei genitali e del sederino, ma se trascurata può degenerare con manifestazioni ed irritazioni molto fastidiose. Naturalmente non è nulla di grave anche se è necessario intervenire in tempo.

Per capire di cosa si tratta è bene comprenderne esattamente le cause, che possono essere di varia natura. Se, ad esempio, la pelle del bambino rimane troppo a contatto con urina e feci perché il pannolino non viene cambiato di frequente, l’infezione può rapidamente progredire. Ovviamente la situazione diventa ancora più delicata in presenza di diarrea o movimenti intestinali anomali. La flora batterica del piccolo, come del resto anche quella dell’adulto, può essere danneggiata dal’uso degli antibiotici, modificando gli equilibri interni e permettendo, così, la proliferazione della candida.

Anche alcuni cibi possono essere la causa della maggiore predisposizione nei confronti della dermatite.

Cibi acidi assunti direttamente durante lo svezzamento oppure presi attraverso il latte materno possono creare alcuni problemi cutanei, anche perché ad essi si accompagna una diversa composizione delle feci, che potrebbe favorire la dermatite, se esse restano troppo a lungo a contatto con la pelle. Non bisogna, poi, credere che usando in modo massivo prodotti detergenti, creme e lozioni, la situazione possa migliorare, anzi, si ottiene esattamente l’effetto contrario perché ognuno di essi va a modificare il normale film idrolipidico della pelle ovvero la naturale barriera contro gli agenti esterni. In questo modo il bambino è più esposto alle infezioni, quindi è necessario rivolgersi ad un esperto per farsi consigliare il prodotto meno aggressivo.

La dermatite da pannolino, infine, viene aggravata sia dalla particolare sensibilità della cute di alcuni bambini, sia dalla loro intolleranza nei confronti di alcune marche o tipologie di pannolini. Se, poi, la misura acquistata non è quella giusta, lo sfregamento potrebbe aumentare ulteriormente il rischio di dermatite.

Cure e rimedi per la dermatite da pannolino

Per prima cosa è bene specificare che, qualora la dermatite non regredisca in modo spontaneo nel giro di 3-4 giorni, usando metodi casalinghi, bisogna assolutamente rivolgersi al pediatra per evitare che la situazione possa peggiorare. Non solo, infatti è necessario chiamare uno specialista anche qualora l’infezioni colpisca altre parti, come la schiena, oppure sia presente febbre con formazioni di vesciche e brufoli con pus. In questa caso potrebbe essere necessario ricorrere a farmaci.

Detto questo, vediamo come evitare la formazione della dermatite da pannolino oppure come curarla in caso fosse gi presente in forma lieve. Poiché il fungo prolifera con l’umidità, è necessario mantenere la pelle asciutta e pulita il più possibile.

Questo vuol dire controllare con frequenza il pannolino e cambiarlo non appena si bagna o si sporca.

Ovviamente questo comporta un notevole consumo di pannolini che, per motivi di igiene, è fondamentale smaltire in modo adeguato, usando gli appositi mangiapannolini e le relative ricariche www.lilnap.com. Poi, ad ogni cambio, è consigliabile utilizzare una delle tante creme a base di ossido di zinco che serve a proteggere la pelle del bambino perché, oltre ad idratare, forma una patina che evita lo sfregamento. Detergere sempre le parti più delicate ma senza prodotti aggressivi e, soprattutto, senza quelli a base di alcol, facendo attenzione a non sfregare troppo forte.

Quando possibile, inoltre, il bambino dovrebbe rimanere senza pannolino così da far respirare ed asciugare la pelle e, cosa molto importante, è fondamentale lavarsi bene le mani per evitare che l’infezione possa continuare a trasmettersi.

Prevenire la paralisi ipnagogica con alcune buone abitudini durante la giornata

Nell’arco della storia, com’è ovvio che sia, in molti si sono interrogati sull’origine del fenomeno della paralisi ipnagogica che, per mano di molto artisti, ha preso vita anche in sculture e dipinti. È questo il caso del dipinto “L’incubo” di Füssli, ma anche dell’omonima rappresentazione per mano di Eugène Thivie. La verità è che da sempre questo episodio, strettamente correlato alle allucinazioni notturne, è stato fonte di interesse e ha, per molto tempo, trovato la sua giustificazione a demoni, streghe o fantasmi. Ovviamente, se queste sono le credenze popolari di base, va segnalato che, nel corso degli anni, è stato scientificamente accertato che circa l’8% della popolazione ha sofferto, almeno una volta nell’arco della sua esistenza, di questo disturbo che, pur durando pochi istanti, si concretizza con un corpo paralizzato associato ad allucinazioni.

Il disturbo della paralisi ipnagogica: in che cosa consiste? Da cosa deriva?

La paralisi ipnagogica è nota anche come la paralisi del sonno e può manifestarsi sia durante la fase dell’addormentamento sia, soprattutto, in concomitanza con il risveglio. Si tratta di quella che viene definita come una vera e propria condizione di paura nel cuore della notte e si manifesta come un incubo ad occhi aperti. La sensazione è quella di essere completamente paralizzati e, molto spesso, in aggiunta alla spiacevole condizione di immobilità si aggiungono delle allucinazioni, tendenzialmente un demone, o un fantasma. La credenza popolare antica questa condizione derivasse proprio dalla presenza di un demone opprimente sulla zona del petto che implica l’impossibilità di respirare alla vittima. Neanche a dirlo, la presenza di queste allucinazioni mostruose sono riconducibili, dal cervello, ai malesseri che popolano la vita e vengono idealizzati proprio come coloro che strozzano e immobilizzano.

In alcuni casi, il malessere dell’individuo si concretizza come la sensazione di lievitare, ovvero di staccarsi dal proprio corpo e uscire dallo stesso con la sensazione di volare. Qualora la paralisi ipnagogica si manifestasse in questa forma, potrebbe non esserci alcuna visione di mostri, fantasmi o altro.

La durata dell’episodio può essere di alcuni secondi, ma anche di alcuni minuti e, nonostante l’impossibilità di compiere movimenti concreti, il soggetto è completamente cosciente e, talvolta, sente di poter unicamente muovere gli occhi o le dita, pur non potendo liberarsi dalla sensazione di soffocamento tipica di questo episodio.

È doveroso segnalare che il rilassamento del corpo e la conseguente perdita di controllo sui muscoli è una condizione assolutamente normale durante il sonno che, molto spesso, è associata ai sogni del cervello. Tuttavia, nel caso delle paralisi ipnagogiche è piuttosto strano che la perdita di controllo venga associata ad uno stato cosciente della mente. Sulla base delle ricerche scientifiche condotte, questi episodi potrebbero essere riconducibili alla mancanza di riposo, l’irregolarità dei ritmi di vita, ma anche la predisposizione genetica. La ragione scientifica è abbastanza complessa, tuttavia si può semplificare dicendo che, durante questi episodi, entra in funzione l’amigdala (comunemente esclusa dal semplice sogno) che gestisce le emozioni quali la paura e gli istinti, donando sensazioni particolarmente vivide.

Secondo le statistiche circa l’8% della popolazione soffre di questi disturbi, con picchi del 28% nei giovani e del 32% negli anziani con disturbi psichici. Ovviamente non si tratta di persone che soffrono a cadenza regolare di questo disturbo, quanto piuttosto della percentuale di persone che, almeno una volta nella vita, hanno avuto un episodio di paralisi ipnagogica.

La paralisi ipnagogica: quali cure possibili?

La paralisi del sonno non può essere curata attraverso una terapia farmacologica e la scienza, in merito, dibatte da tantissimo tempo sull’argomento, non riuscendo a trovare una vera e propria soluzione a questo disturbo che, va detto, non deve destare preoccupazione in quanto è unicamente frutto dell’immaginazione del singolo e non può essere accomunata ad alcuna patologia.

Va però confermato che, come per tutti i disturbi del sonno, anche la paralisi ipnagogica è correlata allo stress, per questo si cerca di suggerire una vita tranquilla, e, se proprio non si riesce a tenere a bada la frenesia del quotidiano è importante trovare un’alternativa per scaricare le tensioni.

Anche alcune sostanze eccitanti come il the, l’acool, la nicotina e il caffè, possono influire negativamente sull’equilibrio del sonno. Per questo motivo, è consigliabile limitare il consumo di queste sostanze garantendo un migliore rilassamento del corpo. Inoltre, per poter creare un ambiente confortevole e adatto al sonno, è importante tenere una temperatura compresa tra i 18 e i 20 gradi, oltre che scegliere un letto confortevole e adatto alle proprie esigenze di relax.

Per ridurre al mimino gli episodi di paralisi ipnagogica è buona norma rilassarsi prima di andare a dormire, quindi è utile leggere un libro che concili il sonno, ma anche fare un bagno caldo, magari con degli oli essenziali che favoriscono il rilassamento di corpo e mente. Una valida alternativa potrebbe essere quella di aiutarsi con delle gocce omeopatiche che aiutino il rilassamento: melissa, passiflora e valeriana vanno sicuramente per la maggiore.

Nel quotidiano può essere importante praticare attività fisica per scaricare lo stress, evitando di prediligere il momento prima di coricarsi.

Tuttavia, può rivelarsi molto utile iniziare una sessione di massaggi rilassanti che siano in grado di sciogliere le tensioni muscolari, migliorare lo stato psicofisico e contribuire al benessere generale di corpo e mente. Un valido aiuto può concretizzarsi anche nello yoga e nella meditazione che, sicuramente, facilitano il rilassamento. Ottima idea associare a queste pratiche anche l’aromaterapia.

Inoltre, è importante condurre una vita regolare, evitare stravizi a tavola, seguire un’alimentazione equilibrata e condurre uno stile di vita sano, concedendosi un sonno ristoratore di sei-otto ore per notte.

Infine, se il paziente soffre di depressione o attacchi di panico è facile che si presentino episodi di paralisi ipnagogica, in questo caso è importante rivolgersi ad un professionista che possa intervenire adeguatamente con un supporto terapeutico o una cura farmacologica consona alle necessità.

Anche se in generale si tratta di eventi sporadici, in alcuni casi un unico episodio nell’arco della vita, è importante, qualora si verifichi con una notevole frequenza, rivolgersi ad un medico e condividere la propria preoccupazione e il proprio malessere al fine di individuare una possibile risoluzione alla problematica.

Sindrome di Burnout: quando lo psicologo può essere un valido aiuto

Dopo il lungo inverno, il freddo e le brevi giornate, in cui fa buio prima, arriviamo a giugno stanchi e spossati: affaticati per l’anno lavorativo trascorso ma, invece di guardare con gioia le sospirate ferie che, di lì a breve arriveranno, avvertiamo una sequela di disturbi che rendono questa attesa snervante.

Siamo pressati dall’organizzazione che dovremo pianificare tra lavoro e famiglia. Le scadenze lavorative da una parte, le vacanze da progettare e i figli da sistemare per la lunga chiusura delle scuole dall’altra.
Giugno è il mese del "burnout" riconosciuto anche dall’ Organizzazione Mondiale della Sanità come una vera e propria sindrome, con specifici sintomi che vanno opportunamente individuati e curati, spesso con il supporto di uno psicologo specializzato nel trattamento di disturbi di questo tipo.

Durante la primavera recuperiamo le energie, ci sentiamo rinnovati, pronti ad affrontare qualsiasi difficoltà. Con l’arrivo dell’estate un senso di inadeguatezza, stanchezza e di svuotamento ci avvolge. Le giornate di giugno, e quindi l’arrivo dell’estate, ci sembrano interminabili oltre alla stretta lavorativa, intuiamo anche quella individuale. Le lunghe e belle giornate ci spingono a divertirci: gite, picnic, weekend, aperitivi, uscite con gli amici.

Tutto ciò non è negativo ma, comporta un’ulteriore perdita di energie. Molti sono i sintomi che ci spingono a considerare che viviamo un momento di burnout di inizio estate che potrebbe essere un campanello d’allarme:

Ansia costante

L’ansia e lo stress, se contenuti possono essere alleati: ci possono aiutare a lavorare e a conseguire una serie di risultati positivi nella gestione non solo lavorativa ma, anche familiare. Ciò è possibile ed efficace se riusciamo a dire un sano “no” e a riconoscere i momenti di ansia come momenti costruttivi e salvifici opponendoci allo stress del “voler fare a tutti i costi”. In questo caso è sempre opportuno, come sostiente lo psicologo di Napoli Dr. Alessandro Lobello, affrontare la problematica partendo dalle sue radici profonde.

Stanchezza cronica

Se siete stanchi appena alzati, dormite poco durante la notte, subito dopo pranzo avvertite quel senso di spossatezza, anche se avete fatto un pasto leggero è un campanello d’allarme da non minimizzare. Riducete il caffè, gli impegni serali, favorite il sonno, e diminuite qualche obbligo professionale e familiare, questo vi aiuterà a recuperare energie prima che la stanchezza possa diventare cronica e compromettere i rapporti lavorativi e familiari.

Apatia

Vi sentite totalmente disincentivati, non trovate più appagamento in quelle cose che prima vi procuravano gioia, sia al lavoro che a casa. Ma è normale avere un calo motivazionale. Sarebbe opportuno chiedervi se ciò è strettamente legato alla stanchezza o ci sono altri fattori che hanno determinato tale crisi. La sindrome di burnout di inizio estate potrebbe generare questi stati d’animo e voi non avete la contezza di ricondurla all’affaticamento del momento.

Mancanza di tempo

La routine diventa una monotona e deprimente consuetudine. Non siete più capaci di dedicarvi almeno un’ora al vostro benessere: una passeggiata, un aperitivo con le amiche, la lettura di un buon libro, una telefonata con una persona a voi cara, la seduta settimanale dal parrucchiere o dall’estetista, tutti molto occupati e sotto stress. Bisogna obbligare sé stessi a nutrire il corpo e la mente, per evitare e non arrivare a sera completamente svigoriti e senza forze. Se ogni piccolo impegno quotidiano (lavorativo o familiare) fagocita tutto il vostro tempo libero, siete in pieno burnout.

Malattie psicosomatiche

Il burnout è pericoloso: può portare ansia e depressione anche a una serie malattie di origine psicosomatica. I primi sintomi fisici che devono essere interpretati come campanello d’allarme sono i classici disturbi da stress quale: mal di schiena, emicrania, male agli occhi e ulcera. Per poter vivere le vacanze con serenità sarebbe consigliabile contattare uno specialista prima della partenza.

Integratori di piperina e curcuma aiutano a dimagrire?

Assumere regolarmente degli integratori alimentari a base di piperina e curcuma può essere un ottimo sostegno per perdere peso, il segreto è abbinarli ad uno stile di vita sano ed equilibrato.

Perché utilizzare gli integratori alimentari per dimagrire

Quegli integratori alimentari che contengono piperina e curcuma riescono a velocizzare il processo dimagrante aiutando chiunque a perdere peso senza troppi sacrifici. Uno stile di vita sano ed equilibrato è la chiave per perdere peso in modo corretto, ma non sempre, per esigenze lavorative o personali è facile rispettarlo, proprio per questo motivo, assumere degli integratori che potenziano gli effetti della dieta e dell’esercizio fisico ne può potenziare e velocizzare il raggiungimento dei risultati. Molto spesso infatti per iniziare a vedere i risultati di una dieta varia e non troppo restrittiva servono settimane se non mesi, stesso discorso per i risultati delle sessioni in palestra. L’aiuto esterno che gli integratori alimentari possono dare aiuta a raggiungere i propri obiettivi in minor tempo. Sono molte le persone che dopo qualche settimana di dieta vengono scoraggiate dalla mancanza di risultati concreti e visibili, con l’assunzione degli integratori, sarà possibile vedere non solo un dimagrimento ma numerosi altri benefici sull’intero organismo, maggiore energia, una pelle più bella e sana e molto altro.

Le proprietà dimagranti della piperina

La piperina è una sostanza alcaloide contenuta nel pepe nero, i suoi effetti benefici sulla salute sono straordinari:
– riesce a bloccare la formazione di nuovo tessuto adiposo da parte dell’organismo,
– facilita l’azione dell’organismo nell’eliminare il tessuto adiposo già esistente, al tempo stesso riesce a controllare i livelli di glucosio e colesterolo nel sangue, agendo in modo positivo anche sulla pressione.
Famosa per le sue proprietà termogeniche, la piperina permette di velocizzare e attivare in modo ancora più semplice quei processi alla base del dimagrimento e riesce a trasformare il grasso in energia impiegando la stessa in tutti i processi fisiologici e metabolici eliminando il cosiddetto grasso bianco e traendone beneficio per l’organismo.
Le proprietà della piperina non finiscono qui, permette anche all’apparato digestivo di funzionare meglio, velocizzando la digestione attraverso un maggior controllo sulla secrezione dei succhi gastrici e inibisce l’accumulo di quelle sostanze che possono appesantire l’organismo come gas e scorie.
Assumendo una maggiore quantità di piperina attraverso un integratore è possibile aumentare l’assorbimento di sostanze essenziali per mantenere giovane l’organismo come il coenzima Q10 e la vitamina A.

Le proprietà dimagranti della curcuma

La curcuma è una spezia conosciuta ed utilizzata da millenni, i numerosi benefici che apporta all’organismo sono ormai noti a tutti, in particolare è la curcumina, quella sostanza contenuta al suo interno che aiuta e stimola il processo dimagrante. In particolare, questa sostanza stimola la produzione da parte dell’organismo di adinopectina, una sostanza che trasforma le cellule adipose in energia e permette dunque di utilizzarla per ogni processo metabolico favorendo il dimagrimento. La curcuma nello specifico agisce nell’assimilazione di zuccheri e carboidrati, impedendo all’organismo di raggiungere i picchi glicemici che portano ad un accumulo di adipe. Zuccheri e carboidrati al contrario vengono bruciati e metabolizzati dal fegato prima ancora che avvenga la lipogenesi. Assumendo una discreta quantità di curcuma sarà possibile eliminare il senso di gonfiore successivo all’assunzione di carboidrati complessi, controllare i livelli di glicemia nel sangue e prevenire quelle patologie legate a queste condizioni come il diabete, l’insulino-resistenza, la depressione, arteriosclerosi e molte altre.
L’assunzione della curcuma apporta benefici nei processi dimagranti poiché permette di avvertire l senso di sazietà in modo più veloce, stimola l’organismo così da impedirgli di assimilare quelle sostanze dannose e aiuta soprattutto le donne a contrastare l’azione dei radicali liberi e la formazione di quei cuscinetti di adipe tipici della cellulite.

L’integratore alimentare Piperina e Curcuma Plus

L’azienda Natural Fit ha immesso sul mercato un integratore alimentare, sotto forma di compresse, che permette di sfruttare in sinergia i benefici della curcuma e della piperina. L’azione delle due sostanze è molto potente e favorisce in modo particolare il dimagrimento stimolando la produzione dei succhi gastrici, accelerando i processi metabolici e dunque eliminando il tessuto adiposo accumulato, sfruttandolo sotto forma di energia.
All’interno della formulazione di Natural Fit Piperina e Curcuma Plus è possibile trovare anche il Ribolife, una sostanza che combinata alla piperina e alla curcuma che ne potenzia in modo incredibile gli effetti. Il Ribolife infatti è un complesso che aiuta l’organismo ad assimilare al meglio curcuma e piperina. Le capsule possono essere assunte da tutti in quanto sono completamente naturali, tranne dai bambini e le donne in stato di gravidanza, anche coloro che soffrono di disturbi epatici dovrebbero prima consultare il proprio medico.

Gli integratori alimentari sono sufficienti per la perdita di peso?

Seppur gli effetti benefici della curcuma e della piperina siano stati sottoposti a numerosi studi scientifici, non è ancora assodato che la sola azione di pillole dimagranti permetta di perdere peso. Assumere degli integratori alimentari infatti non assicura un dimagrimento istantaneo, ma per agire, necessitano di essere affiancati ad una dieta sana ed equilibrata e dunque ad uno stile di vita corretto che preveda anche l’esercizio fisico. L’assunzione di piperina e curcuma deve essere controllata, come ogni altra sostanza se assimilata in quantità elevate può avere effetti collaterali, questo è il motivo per cui viene sempre consigliato di consultare il proprio medico prima di iniziare un trattamento con degli integratori alimentari. In particolare, alcune persone che soffrono di specifiche patologie come problemi gastro-intestinali o ulcere potrebbero risentire dall’assunzione della stessa, allo stesso modo chi soffre di problemi al fegato potrebbe mal tollerare l’assunzione della curcuma. L’azione ed i benefici degli integratori a base di curcuma e piperina sono dunque soggettivi e legati allo stile di vita proprio di chi li assume, per vedere gli effetti dimagranti bisogna accompagnarli con una dieta e dello sport altrimenti l’assunzione è fine a sé stessa.

Sindrome di Peyronie, quali sono le cause e come si cura

La sindrome di Peyronie consiste in un disturbo che è caratterizzato dalla guarigione anomale delle ferite all’interno del pene.
In sostanza, la sindrome di Peyronie comporta la formazione di placche non elastiche, composte da collagene e quindi fibrose sull’asta del pene. Questa malattia rara riduce un po’ alla volta l’elasticità dell’organo e può anche causare una curvatura più o meno netta del pene, che causa difficoltà di avere rapporti sessuali e dolore nelle erezioni.
Le conseguenze della sindrome di Peyronie possono essere anche accorciamenti del pene o restringimento a clessidra dell’organo.
La sindrome di Peyronie è una malattia che colpisce circa il 7% della popolazione di età compresa fra i 50 ed i 70 anni ed ha un impatto molto negativo sulla vita dei pazienti, specialmente sulla loro vita intima. Tale alterazione della vita sessuale è tanto più grave tanto più è accentuata la curva che si forma sul pene. Secondo alcuni studi, in Italia il 4% della popolazione soffre di questo disturbo, ma potrebbe essere un dato che sottostima la reale incidenza della patologia.

Cause della sindrome di Peyronie

La sindrome di Peyronie non ha delle cause completamente identificate. Secondo parte della comunità scientifica, l’eziologia della malattia sarebbe da ritrovare in un trauma meccanico singolo o reiterato a livello del pene e ad alterazioni micro vascolari. In genere questi traumi si possono verificare dopo una attività sessuale intensa ma anche per incidenti sul lavoro o durante l’attività sportiva. Le lesioni, in sostanza, usano delle rotture di piccoli vasi sanguigni del pene e un gonfiore che intrappola il sangue, il quale non può fluire e forma dei piccoli coaguli. La ferita guarisce man mano ma si forma un eccesso di tessuto cicatriziale che diminuisce l’elasticità dell’organo e può curvare il pene. Vi sono però soggetti che sviluppano la sindrome di Peyronie anche senza traumi pregressi, quindi si è ancora al lavoro nel determinare le cause.

Come curare la sindrome di Peyronie

Per la cura della sindrome di Peyronie sono presenti dei trattamenti non chirurgici e chirurgici. I farmaci prescritti nel trattamento non chirurgico dovrebbero aiutare a ridurre la dimensione della placca e la curvatura del pene, ma vi sono anche interventi con ultrasuoni e con radioterapia.
Spesso è possibile curare la sindrome di Peyronie tramite intervento chirurgico specialmente nel caso in cui la patologia determini un sostanziale peggioramento delle condizioni di vita del paziente. L’intervento chirurgico può dare miglior risultati rispetto alla terapia farmacologica, ma oggi si preferisce comunque proseguire nella terapia di infiltrazioni di collagene che possono ridurre la curvatura dell’organo e possono eliminare gradualmente la placca fibrosa.

Cosa fare contro l’insonnia?

Il cambio di stagione, situazioni di stress psico-fisico possono causare insonnia e un riposo notturno non ottimale, con la conseguenza che al mattino si è stanchi, nervosi e di umore instabile. Per contrastare l’insonnia si può ricorrere ad alcuni rimedi naturali, come l’aromaterapia, un bagno caldo con qualche goccia di olio essenziale, bere delle tisane rilassanti prima di andare a letto e cercare di assumere uno stile di vita e un regime alimentare sano.

Insonnia cause

Le cause dell’insonnia possono essere legate a disagi emotivi, depressione, carichi di lavoro eccessivi, preoccupazioni, presenza di qualche malattia.

Esistono tre tipi di insonnia:

  • iniziale: rappresentata dalla difficoltà ad addormentarsi;
  • centrale: caratterizzata da risvegli notturni frequenti o nel cuore nella notte o sonno leggero poco riposante;
  • terminale: data da risvegli al mattino presto dopo poche ore di sonno.

L’insonnia può essere periodica e durare qualche giorno o fino a due o tre settimane, superato tale tempo diventa cronica. In quest’ultimo caso oltre ai rimedi naturali è consigliabile rivolgersi ad un medico per controllare lo stato di salute dell’organismo.

Erbe benefiche per conciliare il sonno

La fitoterapia offre la possibilità di curare l’insonnia attraverso l’utilizzo di piante con proprietà calmanti e ipnoinducenti che possono aiutare a conciliare il sonno, il riposo ed evitare risvegli notturni. Una valida alternativa naturale a farmaci e sonniferi è rappresentata dalle tisane o infusi alle erbe. In particolare, le più indicate sono:

  1. Camomilla: sicuramente l’erba più nota per calmare i nervi, efficace anche sui bambini.
  2. Tiglio: ha effetti sedativi, aiuta ad allentare la tensione e far passare il mal di testa, favorendo il sonno.
  3. Biancospino: ha proprietà sedative sul sistema nervoso.
  4. Iperico: aiuta a rilassarsi ed è indicato per contrastare depressione, ansia e stress.
  5. Luppolo: ha proprietà ipnoinducenti
  6. Arancio dolce: svolge azioni calmanti e antidepressive.
  7. Passiflora: ha proprietà in grado di agire sul sistema nervoso centrale, calmare le palpitazioni e contrastare l’ansia e lo stress, aiutando a prendere sonno facilmente.
  8. Melissa: allevia i disturbi nervosi, il mal di testa. la spossatezza, gli stati ansiosi all’insonnia.
  9. Escolzia: oltre a svolgere effetti analgesici e ansiolitici contribuisce a indurre il sonno.
  10. Valeriana: un tranquillante naturale, in grado di contrastare lo stress, l’ansia e aiutare a dormire sonni sereni.

Aromaterapia contro l’insonnia

Tra le soluzioni più efficaci per curare l’insonnia, c’è l’aromaterapia. Vaporizzare nell’ambiente oli essenziali con proprietà rilassanti, consente di sfruttare le proprietà benefiche delle varie essenze e migliorare il benessere psico-fisico della persona, allontanare i pensieri negativi, le tensioni, dormire meglio senza interruzioni e alzarsi riposati.

Gli oli essenziali oltre a essere diffusi nella camera da letto, sono ideali per fare dei massaggi rilassanti o un bagno prima di andare a dormire. I più efficaci contro l’insonnia sono: la lavanda e la rosa con le loro proprietà calmanti rilassati, la verbena con i suoi poteri antistress naturale, il gelsomino, il bergamotto e la maggiorana con i loro effetti sedativi, in grado di attenuare gli stati di tensioni, i nervosismi e aiutare a prendere sonno con maggiore facilità.

Dieta equilibrata e sport contro l’insonnia

In generale, per contrastare l’insonnia è importante seguire una dieta equilibrata, ricca di frutta e verdura, ma soprattutto evitare l’assunzione di alcool, caffè, bevande energizzanti e cioccolato che possono avere un effetto eccitante sull’organismo e impedire di prendere sonno. Per quanto riguarda la cena, deve essere consumata qualche ora prima di andare a letto e soprattutto deve essere leggera.

Andare a dormire sempre alla stessa ora, evitando di usare il pc o il cellulare mentre si è a letto o guardare la tv fino a tardi sono dei validi rimedi per non rischiare di passare la notte in bianco. Le luci emanate dai vari dispositivi hanno effetti negativi sul sistema nervoso e provocare i disturbi del sonno.

Svolgere regolarmente attività fisica o praticare nuoto, jogging o anche una camminata veloce all’aria aperta consente di stancare il corpo, produrre sostanze come endorfine e serotonina che migliorano l’umore e aiutano ad affrontare lo stress e facilitando il riposo notturno. Lo yoga e la meditazione possono essere due discipline utili ad alleggerire la mente dalle preoccupazione, raggiungere uno stato di pace interiore e combattere i disturbi del sonno.

Rifarsi il naso è doloroso?

Diciamo la verità, se dovessimo basarci su quello che leggiamo su internet o vediamo in televisione, dove spesso viene dato spazio solo alle peggiori storie, l’intervento di rinoplastica sembrerebbe tremendo e soprattutto doloroso. Ma è davvero così?

È vero che la rinoplastica è un vero e proprio intervento chirurgico, ma grazie ai progressi in questo campo, ottenuti soprattutto per la dedizione ed il lavoro di alcuni dei migliori chirurghi di rinoplastica italiani, un’operazione di questo tipo non comporta troppi fastidi né il dolore di un tempo.

I migliori chirurghi italiani fanno ogni sforzo per mantenere l’intervento il più confortevole possibile per il paziente. È per questo che conviene affidarsi ad un professionista serio, con esperienza pluriennale alle spalle.

“Un intervento di rinoplastica mal eseguito non comporta solo problemi estetici, ma anche e soprattutto di tipo funzionale, con dei risvolti anche psicologici” hanno affermato in un’intervista il dottor Armando Boccieri e il presidente Aicef Sebastiano Sciuto.

Quale rinoplastica è meglio scegliere?

È  fondamentale fare due cose prima di operarsi: informarsi bene (sei sicuro di sapere tutto sulla rinoplastica?) ed individuare un bravo chirurgo specializzato in rinoplastica a cui chiedere un consulto sulla migliore rinoplastica da fare.

Quando si tratta di comfort, è importante ricordare che esistono due tipi fondamentali di procedure di rinoplastica: aperta e chiusa. Quando si pensa alla rinoplastica, molti pensano alla classica (e, ad essere onesti, superata) procedura aperta, in cui viene praticata un’incisione nella zona tra le narici, il naso è come rimosso dal viso e il tutto viene poi rivestito di  garza. Come puoi immaginare, questa procedura è estremamente dolorosa.

Al giorno d’oggi tuttavia, i migliori chirurghi di rinoplastica optano per procedure chiuse, il che significa nessuna cicatrice visibile, meno ecchimosi e gonfiore e, in generale, meno dolore. C’è anche un periodo di recupero più breve.

Ogni rinoplastica è unica, ma in generale, una procedura chiusa dura da due a tre ore, e avviene sotto anestesia generale. Un’incisione nascosta all’interno del naso, poi la pelle che copre le ossa e la cartilagine viene sollevata. A quel punto, il medico sarà in grado di rimodellare il naso come pianificato in precedenza, sia utilizzando la cartilagine esistente o aggiungendo tessuto. Infine, il chirurgo rimetterà la pelle sul naso, cucendo le parti interne del naso ed evitando cicatrici esterne.

Tempi di guarigione dopo una rinoplastica

Molti tra i migliori chirurghi di rinoplastica non ricorrono all’uso di tamponi dopo l’intervento, ma ci si può aspettare di svegliarsi nella stanza di recupero con una ingessatura sul naso. Questo protegge e supporta la nuova forma mentre i tessuti guariscono. Ci sarà probabilmente un po’ di gonfiore, ma non sarà assolutamente necessario stare a letto per settimane.

Su questo argomento, Mario Dini, uno dei migliori chirurghi per la rinoplastica a  Milano ha dichiarato in un’intervista: “la maggior parte degli interventi di chirurgia plastica non necessitano più di un ricovero notturno e possono essere eseguiti quasi sempre in day hospital. Esistono però dei tempi biologici di guarigione dei tessuti che non possono essere modificati o accelerati”.

Nel giro di qualche giorno, si è in grado di uscire e mostrare il nuovo look, che continuerà ad evolversi e migliorare nei mesi successivi, adattandosi alla struttura ossea.

Molti pazienti ritornano al lavoro o a scuola dopo circa una settimana, anche se è meglio aspettare un mese o giù di lì per tornare alle attività più impegnative. Ovviamente questo varia da caso a caso ed è sempre importante ascoltare le direttive del chirurgo che vi ha operato.

Come per qualsiasi intervento chirurgico, ci sono dei rischi. Anche se non comune, si può verificare un’emorragia, una scarsa reazione all’anestesia o addirittura un’infezione post-operatoria. Tuttavia, una rinoplastica è una procedura comune, in cui la stragrande maggioranza dei pazienti si riprende rapidamente ed è entusiasta del nuovo aspetto più armonioso del viso.

La Fecondazione In Vitro e rischio di complicanze in gravidanza

Le donne che hanno trattamenti di fertilità hanno un rischio leggermente più elevato di gravi complicazioni durante la gravidanza e il parto, rispetto alle donne non sottoposte a trattamento.

Evidenziato come un argomento poco trattato e studiato, nella letteratura medica del campo, una nuova ricerca ha messo in evidenza l’importanza di identificare le donne a rischio di esiti così negativi in maniera che possano essere evitati.

Lo studio/ricerca è stato eseguito in sinergia tra la McGill University di Montreal e l’Ospedale di San Michele a Toronto, in Canada. Sono state analizzate più di 11.000 pazienti in Ontario, sottoposte a trattamenti di fertilità, e Oltre 47.000 pazienti che, invece, non hanno ricevuto alcun trattamento. La ricerca si è basata su pazienti in cura tra il 2006 e il 2012. Sono stati registrati e catalogati tutti i tipi di trattamento, inclusa l’induzione all’ovulazione, oltre alle classiche tecniche di l’inseminazione intrauterina ( IUI) e  Fecondazione In Vitro, questa sia con sia senza iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo (quindi sia FIVET sia ICSI).

I Risultati della ricerca

La ricerca ha evidenziato che il 30,8 ‰ (per mille) delle donne inserite nello studio, che hanno ricevuto un trattamento d’infertilità, hanno avuto esperienza di una grave complicanza della gravidanza.

Di contro, tra le pazienti che non sono state sottoposte a trattamenti pe rl’infertilità, questo dato scende al 22.2 ‰. Tra queste complicanze possiamo enumerare complicanze emorragiche, infezioni gravi, ricoveri in terapia intensiva e, in casi più rari, la morte.

Lo studio non ha ancora stabilito se, tra le donne sottoposte a trattamenti di fertilità, vi siano evidenze di maggior rischio di complicanze per determinate tecniche o stimolazioni. Allo stesso modo non è stato evidenziato se vi siano differenze tra i trasferimenti in utero di embrioni freschi, generati in seguito a stimolazione ovarica o congelati.

Generalmente le pazienti che si sottopongono a trattamenti di fertilità sono più anziane della norma, possono essere madri per la prima volta o possono rimanere incinta di due o più gemelli. In questi casi le loro gravidanze sono già ad alto rischio. Quando questi fattori si sommano ai fattori di rischio di una normale gravidanza, le cose si fanno più difficili.

Studi simili hanno dimostrato un duplice aumento del rischio di gravi complicanze nelle donne che avevano subito un trattamento di fertilità. Tuttavia, i tipi di trattamenti utilizzati non sono stati identificati.

Conclusioni

FIVET, ICSI o altre tecniche di riproduzione assistita sono associabili a gravi complicazioni in gravidanze, è stato dimostrato in diversi studi precedenti, già di per se a rischio, come quelle in tarda età.

Tuttavia, questo aumento di complicazioni durante la gravidanza è più probabile che sia un riflesso delle condizioni di salute materne precedenti,  piuttosto che della fecondazione in vitro in sé.

La ricerca, pubblicata nel  Canadian Medical Association Journal , ha anche rivelato che la probabilità di una donna che sta vivendo tre o più gravi complicanze in gravidanza, è aumentato con la fecondazione in vitro, ma non con procedure non invasive, come l’inseminazione intrauterina (IUI).

E’ importante ricordare che il numero assoluto di donne che sviluppano queste complicazioni rimane piuttosto piccolo, il che significa che per la stragrande maggioranza delle donne o coppie che non possono concepire naturalmente, i trattamenti per la fertilità sono un modo molto sicuro ed efficace di rimanere incinta e di avere un figlio.