La psicoterapia come funziona? 

Negli ultimi anni fortunatamente stiamo assistendo alla caduta dei tabù nei confronti delle persone che scelgono di chiedere aiuto quando stanno passando un momento di difficoltà a livello psicologico.

Questo vale anche per la psicoterapia, una tecnica che aiuta a risolvere dei disagi di natura psicologica o relazionale, di ansia e di altro tipo, e soprattutto a far emergere quelle risorse che ognuno di noi ha e che ci consentono di arrivare più facilmente alla realizzazione personale.

Come ricorda la Dottoressa Maria Vittoria Montano psicoterapeuta con studio e Giulianova, quando si parla di sostegno psicologico c’è spesso un po’ di confusione fra i concetti di psicologia, psicoterapia e psicanalisi e psichiatria. La psicoterapia, in particolare, è un po’ una grande sconosciuta e non sempre c’è chiarezza su questa disciplina. Si tratta di una tecnica di aiuto psicologico riconosciuta e che utilizza diversi concetti e pratiche mutuate dalla psicologia, e che fra i suoi strumenti privilegiati ha il colloquio ed il dialogo con il paziente. A tutti gli effetti è una tecnica di aiuto per superare dei disturbi psicologici o dei disagi, che possono manifestarsi ad esempio con la sofferenza psichica, disagio e depressione, difficoltà relazionali o a sentirsi soddisfatti della propria vita, lavoro, relazione, rapporto con la famiglia e via dicendo. Piccoli e grandi disagi che impediscono di vivere serenamente possono diventare alcuni motivi per cominciare in modo consapevole un percorso di psicoterapia e cercare di stare meglio, ottenendo gli strumenti per superare le difficoltà.

 La psicoterapia basata sul dialogo e sul confronto

La psicoterapia si basa su un continuo e sincero confronto fra l’esperto e il paziente, senza remore e senza segreti, allo scopo di cercare di sviscerare tutte le problematiche del paziente seguendo però un percorso con obbiettivi precisi, che viene stabilito sin dall’inizio del dialogo. In questo modo è possibile mappare i progressi raggiunti dal paziente, e di conseguenza aiutarlo a vedere come sta progredendo e migliorando seduta dopo seduta. Non c’è rischio, insomma, di diventare dipendenti dalla psicoterapia, che è un sostegno che si può scegliere di abbandonare quando si vuole e che non comporta la prescrizione di farmaci. Si tratta di un dialogo profondo che utilizza diverse tecniche per cercare di stimolare e smuovere dal profondo una persona, migliorando anche le sue capacità di reazione di fronte agli eventi avversi della vita. La seduta di psicoterapia si svolge in totale semplicità, il paziente e l’esperto dialogano e colloquiano in maniera del tutto aperta su un argomento o problematica, spesso partendo proprio dal disagio manifestato dal paziente (che può essere un attacco di panico, di ansia, depressione, nevrosi, difficoltà relazionali e via dicendo). A seconda poi della formazione del terapeuta, che varia di volta in volta, è possibile anche integrare i colloqui con sedute di ipnosi o esercizi che aiutano il paziente a confrontarsi meglio con le sue paure ed i suoi disagi. Anche per questi motivi è di fondamentale importanza scegliere bene l’esperto che si occuperà di gestire la sessione e il percorso di psicoterapia, sentirsi a proprio agio ed essere in grado di comunicare senza remore infatti è di fondamentale importanza.

 La psicoterapia come strumento per vivere meglio a lungo termine

La psicoterapia può essere davvero un aiuto per cercare di alleviare alcune forme di sofferenza emotiva che ci impediscono di vivere serenamente, affrontando le difficoltà che incontriamo giorno dopo giorno e garantendoci un aiuto nel trovare gli strumenti per poter vivere meglio. Secondo alcuni studi, fino all’80% delle persone che iniziano un percorso di psicoterapia dopo stanno meglio nel lungo termine e proprio questo è l’obbiettivo finale di questa tecnica, darci gli strumenti per stare concretamente meglio a lungo termine.

Depressione nei Bambini come accorgersene e come curarla

La depressione infantile è diversa da quei “squilibri emozionali” che si verificano mentre il bambino si sviluppa. Solo perché un bambino sembra triste non significa necessariamente che abbia una depressione significativa .

“Se invece la tristezza diventa persistente o interferisce con le normali attività sociali, interessi, compiti scolastici o vita familiare, può indicare che ha una malattia depressiva”, sottolinea la dottoressa Claudia De Masi Psicoterapeuta a Roma specializzata in Terapia Breve Strategica.

Anche i bambini possono soffrire di depressione? La risposta è affermativa, come conferma anche il piú importante Ospedale pediatrico d’italia, il Bambino Gesú, focalizzando la sua attenzione sul legame malattie croniche – depressione.

Come posso sapere se mio figlio è depresso?

Come genitore, a volte è più facile negare che tuo figlio abbia la depressione, ma è importante comprendere se ci sono i segni per allarmarsi e ricorrere a cure adeguate in modo che il tuo bambino possa continuare a crescere fisicamente ed emotivamente in modo sano. È inoltre importante tenersi informati sui futuri effetti che la depressione potrebbe avere sul bambino durante l’adolescenza e l’età adulta.

I sintomi della depressione nei bambini variano. Spesso non sono visibili e quindi non trattati con sufficienza perché vengono percepiti come normali cambiamenti emotivi e psicologici che si verificano durante la crescita.

I primi studi medici si sono concentrati sulla depressione “mascherata” , in cui l’umore depresso di un bambino è stato evidenziato dalla recitazione o da un comportamento di “rabbia”. Mentre ciò accade molti bambini, specie quelli piú piccoli, mostrano tristezza o umore simile agli adulti depressi. I principali sintomi della depressione ruotano attorno alla tristezza, alla sensazione di disperazione e ai cambiamenti dell’umore.

Segni e sintomi di depressione nei bambini

  • Irritabilità o rabbia
  • Sensi continui di tristezza e disperazione
  • Allontanamento sociale
  • Rifiuti continui
  • Cambiamenti dell’appetito
  • Cambiamenti nel sonno – insonnia o sonno eccessivo
  • Scoppi di pianti
  • Difficoltà a concentrarsi
  • Affaticamento e svogliatezza
  • Disturbi fisici (come mal di stomaco, mal di testa )
  • Manzanza di stimoli
  • Sentimenti di inutilità o colpa
  • Pensiero o concentrazione alterati
  • Pensieri di morte o suicidio

Non tutti i bambini hanno tutti questi sintomi. In effetti, la maggior parte mostrerà sintomi diversi in momenti diversi e in contesti diversi. Sebbene alcuni bambini possano continuare a stare ragionevolmente bene in ambienti strutturati, la maggior parte dei bambini con depressione significativa subirà un notevole cambiamento nelle attività sociali, perdita di interesse per la scuola e scarse prestazioni accademiche o un cambiamento nell’aspetto.

I bambini possono anche iniziare a usare droghe o alcol, soprattutto se hanno più di 12 anni. Sebbene relativamente raro nei giovani di età inferiore ai 12 anni, i bambini piccoli tentano il suicidio e possono farlo impulsivamente quando sono arrabbiati.

I bambini con una storia familiare di violenza, abuso di alcol o abuso fisico o sessuale sono a maggior rischio di suicidio, così come quelli con sintomi depressivi.

Cause della depressione nei bambini

Come negli adulti, la depressione nei bambini può essere causata da qualsiasi combinazione di fattori che riguardano la salute fisica, gli eventi della vita, la storia familiare, l’ambiente, la vulnerabilità genetica e i disturbi biochimici.

La depressione non è uno stato d’animo passeggero, né è una condizione che andrà via senza un trattamento adeguato.

La depressione nei bambini può essere prevenuta?

I bambini con una storia familiare di depressione sono maggiormente esposti al rischio di soffrire di depressione. I bambini che hanno genitori che soffrono di depressione tendono a sviluppare il loro primo episodio di depressione prima dei bambini i cui genitori non lo fanno. Anche i bambini di famiglie caotiche o in conflitto, o i bambini e gli adolescenti che abusano di sostanze come alcol e droghe, sono maggiormente a rischio di depressione.

Trattamento

Le opzioni terapeutiche per i bambini che soffrono di depressione sono simili a quelle per gli adulti, inclusa la psicoterapia (consulenza) e i farmaci. Il ruolo che la famiglia e l’ambiente del bambino svolgono nel processo di trattamento è diverso da quello degli adulti. Il medico di tuo figlio può suggerire prima la psicoterapia e considerare la medicina antidepressiva come un’opzione aggiuntiva se non ci sono miglioramenti significativi. I migliori studi fino ad oggi indicano che una combinazione di psicoterapia e farmaci è più efficace nel trattamento della depressione.

Come risolvere i problemi d’ansia: il ruolo dello psicologo

L’ansia è una condizione emozionale, piacevole o spiacevole, da attribuire ad un evento che crea timori nei riguardi di tutto ciò che è all’esterno. In genere è una reazione eccessiva rispetto alla situazione concreta. Questa difficoltà, di sovente, necessita di un intervento di tipo psicologico il quale diverrà uno strumento per liberare l’ansiogeno, donandogli soluzioni concrete e liberatorie. Questo stato emotivo coinvolge non soltanto il soggetto in questione ma, anche la sfera sentimentale, affettiva e professionale che lo circonda.

Sintomi degli attacchi di ansia

Gli attacchi di ansia si presentano generalmente con sintomi ben precisi:

  • apprensione
  • insonnia
  • palpitazioni
  • debolezza
  • crampi allo stomaco
  • pianto
  • apnea

Molti sono stati, e ancora oggi sono, gli psicologi e gli psicoterapisti che si interessano dello studio di questo stato emotivo. Tutti concordano che l’ansia, insieme agli attacchi di panico, sono le patologie che maggiormente si sono acutizzate negli ultimi anni per effetto della costante  disgregazione della nostra società che in passato aveva come collante affettivo: il senso di appartenenza alla comunità, al collettivo. Gli psicologi e gli psicoterapeuti concordano che gli attacchi di ansia hanno diverse sfaccettature: partiamo dalla difficoltà legata ad evento speciale (parlare in pubblico, presentarsi ad un colloquio di lavoro, discutere un esame, affrontare una platea) per arrivare a manifestazioni violente che sfociano in vere e propri attacchi di panico. Il soggetto spesso, per evitare l’esperienza ansiogena, innesca una condotta di evitamento che con il tempo, compromette in maniera seria le esperienze vitali ma anche perché, le persone che soffrono d’ansia hanno percezione del sé come minacciato, vulnerabile, debole, insicuro. E’ per tutto ciò che si consiglia di ricorrere all’intervento dello psicologo. 

Quando ricorrere ad uno psicologo

E’ importante dire che ricorrere ad uno psicologo per affrontare gli attacchi d’ansia è senza dubbio un passaggio obbligato per risolvere il problema alla radice.
Come sostiene il dott. Gerboni, psicologo e psicoterapeuta di Pescara, nella sezione del sul suo sito sui disturbi d’ansia a Pescara, "il segreto è non aspettare troppo tempo, ma affidarsi subito ad un professionista serio e preparato".

Come affrontare i disturbi d’ansia con la psicoterapia

Ogni minuto, vissuto nella consapevolezza che l’attacco di panico potrebbe arrivare, castra il soggetto. Non è facile decidere di rivolgersi allo specialista perché spesso anche gli stessi familiari che sono coinvolti nel disagio, vivono dei pregiudizi che non aiutano nella risoluzione del problema. L’ansiogeno si barcamena nella scelta tra il pubblico e il privato e, paradossalmente, anche la stessa decisione porta ansia. Quindi i siti di informazione specifica ci possono aiutare nella scelta.

Garantiscono al paziente serietà da parte dello specialista rafforzato spesso, dalle recensioni che diventano veicolo inconfutabile per la serietà dello psicologo. Certo i centri convenzionati e le associazioni di settore sono utili sul territorio ma di sovente, le liste di attese sono lunghissime. Per chi soffre di attacchi d’ansia, così come per chi soffre di altre patologie come la sindrome di Burnout, il tempo è tiranno perché vive questa difficoltà come un nemico in agguato, pronto a sottrarci sempre un po’ di stabilità, di energie, di serenità. Ogni volta che l’attacco di ansia ci invade, senza che lo specialista intervenga, è un tempo negato ai nostri amori, ai nostri affetti, alla nostra professionalità, alle nostre possibilità. La terapia aiuterà il cliente a rimpossessarsi del proprio sé diventando, finalmente, attore attivo della propria vita.

Dermatite da pannolino nei neonati, cos’è e come curarla

La pelle dei bambini, come è noto, è particolarmente delicata e sensibile, quindi più facilmente soggetta ad irritazioni soprattutto in alcuni punti del corpo. È il caso della classica dermatite da pannolino che crea fastidi e bruciori con conseguente irritabilità e nervosismo del piccolo (http://www.ospedalebambinogesu.it/dermatite-da-pannolino#.XSnZlFZS8sw). Si tratta, in realtà, di un problema abbastanza frequente, che compare nei primi mesi di vita e tende a scomparire con la crescita. la pelle del sederino e della zona inguinale appare arrossata, con il tempo può diventare ancora più irritata e cominciare a screpolarsi, con formazione di vesciche; la cute al tatto è più calda. Il bambino avverte il dolore ed il fastidio per cui piange con più frequenza e non tollera il momento del cambio del pannolino, che gli procura più dolore.

Cos’è la dermatite da pannolino

La candida è un fungo normalmente presente nel corpo umano, ma in genere in misura minore rispetto ad altri microorganismi. Può capitare, però, che in alcuni casi, per mutate condizioni dell’individuo, essa tenda a proliferare in modo anomalo, dando luogo ai fenomeni appena descritti. Nelle donne, ad esempio, non è raro assistere ad infiammazioni dovute alla candida nella zona dei genitali. Così avviene anche nei bambini che, portando i pannolini, presentano le migliori condizioni di umidità e calore per la crescita del fungo. L’infezione inizia con un leggero arrossamento intorno alle pieghe delle cosce, dei genitali e del sederino, ma se trascurata può degenerare con manifestazioni ed irritazioni molto fastidiose. Naturalmente non è nulla di grave anche se è necessario intervenire in tempo.

Per capire di cosa si tratta è bene comprenderne esattamente le cause, che possono essere di varia natura. Se, ad esempio, la pelle del bambino rimane troppo a contatto con urina e feci perché il pannolino non viene cambiato di frequente, l’infezione può rapidamente progredire. Ovviamente la situazione diventa ancora più delicata in presenza di diarrea o movimenti intestinali anomali. La flora batterica del piccolo, come del resto anche quella dell’adulto, può essere danneggiata dal’uso degli antibiotici, modificando gli equilibri interni e permettendo, così, la proliferazione della candida.

Anche alcuni cibi possono essere la causa della maggiore predisposizione nei confronti della dermatite.

Cibi acidi assunti direttamente durante lo svezzamento oppure presi attraverso il latte materno possono creare alcuni problemi cutanei, anche perché ad essi si accompagna una diversa composizione delle feci, che potrebbe favorire la dermatite, se esse restano troppo a lungo a contatto con la pelle. Non bisogna, poi, credere che usando in modo massivo prodotti detergenti, creme e lozioni, la situazione possa migliorare, anzi, si ottiene esattamente l’effetto contrario perché ognuno di essi va a modificare il normale film idrolipidico della pelle ovvero la naturale barriera contro gli agenti esterni. In questo modo il bambino è più esposto alle infezioni, quindi è necessario rivolgersi ad un esperto per farsi consigliare il prodotto meno aggressivo.

La dermatite da pannolino, infine, viene aggravata sia dalla particolare sensibilità della cute di alcuni bambini, sia dalla loro intolleranza nei confronti di alcune marche o tipologie di pannolini. Se, poi, la misura acquistata non è quella giusta, lo sfregamento potrebbe aumentare ulteriormente il rischio di dermatite.

Cure e rimedi per la dermatite da pannolino

Per prima cosa è bene specificare che, qualora la dermatite non regredisca in modo spontaneo nel giro di 3-4 giorni, usando metodi casalinghi, bisogna assolutamente rivolgersi al pediatra per evitare che la situazione possa peggiorare. Non solo, infatti è necessario chiamare uno specialista anche qualora l’infezioni colpisca altre parti, come la schiena, oppure sia presente febbre con formazioni di vesciche e brufoli con pus. In questa caso potrebbe essere necessario ricorrere a farmaci.

Detto questo, vediamo come evitare la formazione della dermatite da pannolino oppure come curarla in caso fosse gi presente in forma lieve. Poiché il fungo prolifera con l’umidità, è necessario mantenere la pelle asciutta e pulita il più possibile.

Questo vuol dire controllare con frequenza il pannolino e cambiarlo non appena si bagna o si sporca.

Ovviamente questo comporta un notevole consumo di pannolini che, per motivi di igiene, è fondamentale smaltire in modo adeguato, usando gli appositi mangiapannolini e le relative ricariche www.lilnap.com. Poi, ad ogni cambio, è consigliabile utilizzare una delle tante creme a base di ossido di zinco che serve a proteggere la pelle del bambino perché, oltre ad idratare, forma una patina che evita lo sfregamento. Detergere sempre le parti più delicate ma senza prodotti aggressivi e, soprattutto, senza quelli a base di alcol, facendo attenzione a non sfregare troppo forte.

Quando possibile, inoltre, il bambino dovrebbe rimanere senza pannolino così da far respirare ed asciugare la pelle e, cosa molto importante, è fondamentale lavarsi bene le mani per evitare che l’infezione possa continuare a trasmettersi.

Prevenire la paralisi ipnagogica con alcune buone abitudini durante la giornata

Nell’arco della storia, com’è ovvio che sia, in molti si sono interrogati sull’origine del fenomeno della paralisi ipnagogica che, per mano di molto artisti, ha preso vita anche in sculture e dipinti. È questo il caso del dipinto “L’incubo” di Füssli, ma anche dell’omonima rappresentazione per mano di Eugène Thivie. La verità è che da sempre questo episodio, strettamente correlato alle allucinazioni notturne, è stato fonte di interesse e ha, per molto tempo, trovato la sua giustificazione a demoni, streghe o fantasmi. Ovviamente, se queste sono le credenze popolari di base, va segnalato che, nel corso degli anni, è stato scientificamente accertato che circa l’8% della popolazione ha sofferto, almeno una volta nell’arco della sua esistenza, di questo disturbo che, pur durando pochi istanti, si concretizza con un corpo paralizzato associato ad allucinazioni.

Il disturbo della paralisi ipnagogica: in che cosa consiste? Da cosa deriva?

La paralisi ipnagogica è nota anche come la paralisi del sonno e può manifestarsi sia durante la fase dell’addormentamento sia, soprattutto, in concomitanza con il risveglio. Si tratta di quella che viene definita come una vera e propria condizione di paura nel cuore della notte e si manifesta come un incubo ad occhi aperti. La sensazione è quella di essere completamente paralizzati e, molto spesso, in aggiunta alla spiacevole condizione di immobilità si aggiungono delle allucinazioni, tendenzialmente un demone, o un fantasma. La credenza popolare antica questa condizione derivasse proprio dalla presenza di un demone opprimente sulla zona del petto che implica l’impossibilità di respirare alla vittima. Neanche a dirlo, la presenza di queste allucinazioni mostruose sono riconducibili, dal cervello, ai malesseri che popolano la vita e vengono idealizzati proprio come coloro che strozzano e immobilizzano.

In alcuni casi, il malessere dell’individuo si concretizza come la sensazione di lievitare, ovvero di staccarsi dal proprio corpo e uscire dallo stesso con la sensazione di volare. Qualora la paralisi ipnagogica si manifestasse in questa forma, potrebbe non esserci alcuna visione di mostri, fantasmi o altro.

La durata dell’episodio può essere di alcuni secondi, ma anche di alcuni minuti e, nonostante l’impossibilità di compiere movimenti concreti, il soggetto è completamente cosciente e, talvolta, sente di poter unicamente muovere gli occhi o le dita, pur non potendo liberarsi dalla sensazione di soffocamento tipica di questo episodio.

È doveroso segnalare che il rilassamento del corpo e la conseguente perdita di controllo sui muscoli è una condizione assolutamente normale durante il sonno che, molto spesso, è associata ai sogni del cervello. Tuttavia, nel caso delle paralisi ipnagogiche è piuttosto strano che la perdita di controllo venga associata ad uno stato cosciente della mente. Sulla base delle ricerche scientifiche condotte, questi episodi potrebbero essere riconducibili alla mancanza di riposo, l’irregolarità dei ritmi di vita, ma anche la predisposizione genetica. La ragione scientifica è abbastanza complessa, tuttavia si può semplificare dicendo che, durante questi episodi, entra in funzione l’amigdala (comunemente esclusa dal semplice sogno) che gestisce le emozioni quali la paura e gli istinti, donando sensazioni particolarmente vivide.

Secondo le statistiche circa l’8% della popolazione soffre di questi disturbi, con picchi del 28% nei giovani e del 32% negli anziani con disturbi psichici. Ovviamente non si tratta di persone che soffrono a cadenza regolare di questo disturbo, quanto piuttosto della percentuale di persone che, almeno una volta nella vita, hanno avuto un episodio di paralisi ipnagogica.

La paralisi ipnagogica: quali cure possibili?

La paralisi del sonno non può essere curata attraverso una terapia farmacologica e la scienza, in merito, dibatte da tantissimo tempo sull’argomento, non riuscendo a trovare una vera e propria soluzione a questo disturbo che, va detto, non deve destare preoccupazione in quanto è unicamente frutto dell’immaginazione del singolo e non può essere accomunata ad alcuna patologia.

Va però confermato che, come per tutti i disturbi del sonno, anche la paralisi ipnagogica è correlata allo stress, per questo si cerca di suggerire una vita tranquilla, e, se proprio non si riesce a tenere a bada la frenesia del quotidiano è importante trovare un’alternativa per scaricare le tensioni.

Anche alcune sostanze eccitanti come il the, l’acool, la nicotina e il caffè, possono influire negativamente sull’equilibrio del sonno. Per questo motivo, è consigliabile limitare il consumo di queste sostanze garantendo un migliore rilassamento del corpo. Inoltre, per poter creare un ambiente confortevole e adatto al sonno, è importante tenere una temperatura compresa tra i 18 e i 20 gradi, oltre che scegliere un letto confortevole e adatto alle proprie esigenze di relax.

Per ridurre al mimino gli episodi di paralisi ipnagogica è buona norma rilassarsi prima di andare a dormire, quindi è utile leggere un libro che concili il sonno, ma anche fare un bagno caldo, magari con degli oli essenziali che favoriscono il rilassamento di corpo e mente. Una valida alternativa potrebbe essere quella di aiutarsi con delle gocce omeopatiche che aiutino il rilassamento: melissa, passiflora e valeriana vanno sicuramente per la maggiore.

Nel quotidiano può essere importante praticare attività fisica per scaricare lo stress, evitando di prediligere il momento prima di coricarsi.

Tuttavia, può rivelarsi molto utile iniziare una sessione di massaggi rilassanti che siano in grado di sciogliere le tensioni muscolari, migliorare lo stato psicofisico e contribuire al benessere generale di corpo e mente. Un valido aiuto può concretizzarsi anche nello yoga e nella meditazione che, sicuramente, facilitano il rilassamento. Ottima idea associare a queste pratiche anche l’aromaterapia.

Inoltre, è importante condurre una vita regolare, evitare stravizi a tavola, seguire un’alimentazione equilibrata e condurre uno stile di vita sano, concedendosi un sonno ristoratore di sei-otto ore per notte.

Infine, se il paziente soffre di depressione o attacchi di panico è facile che si presentino episodi di paralisi ipnagogica, in questo caso è importante rivolgersi ad un professionista che possa intervenire adeguatamente con un supporto terapeutico o una cura farmacologica consona alle necessità.

Anche se in generale si tratta di eventi sporadici, in alcuni casi un unico episodio nell’arco della vita, è importante, qualora si verifichi con una notevole frequenza, rivolgersi ad un medico e condividere la propria preoccupazione e il proprio malessere al fine di individuare una possibile risoluzione alla problematica.

Sindrome di Burnout: quando lo psicologo può essere un valido aiuto

Dopo il lungo inverno, il freddo e le brevi giornate, in cui fa buio prima, arriviamo a giugno stanchi e spossati: affaticati per l’anno lavorativo trascorso ma, invece di guardare con gioia le sospirate ferie che, di lì a breve arriveranno, avvertiamo una sequela di disturbi che rendono questa attesa snervante.

Siamo pressati dall’organizzazione che dovremo pianificare tra lavoro e famiglia. Le scadenze lavorative da una parte, le vacanze da progettare e i figli da sistemare per la lunga chiusura delle scuole dall’altra.
Giugno è il mese del "burnout" riconosciuto anche dall’ Organizzazione Mondiale della Sanità come una vera e propria sindrome, con specifici sintomi che vanno opportunamente individuati e curati, spesso con il supporto di uno psicologo specializzato nel trattamento di disturbi di questo tipo.

Durante la primavera recuperiamo le energie, ci sentiamo rinnovati, pronti ad affrontare qualsiasi difficoltà. Con l’arrivo dell’estate un senso di inadeguatezza, stanchezza e di svuotamento ci avvolge. Le giornate di giugno, e quindi l’arrivo dell’estate, ci sembrano interminabili oltre alla stretta lavorativa, intuiamo anche quella individuale. Le lunghe e belle giornate ci spingono a divertirci: gite, picnic, weekend, aperitivi, uscite con gli amici.

Tutto ciò non è negativo ma, comporta un’ulteriore perdita di energie. Molti sono i sintomi che ci spingono a considerare che viviamo un momento di burnout di inizio estate che potrebbe essere un campanello d’allarme:

Ansia costante

L’ansia e lo stress, se contenuti possono essere alleati: ci possono aiutare a lavorare e a conseguire una serie di risultati positivi nella gestione non solo lavorativa ma, anche familiare. Ciò è possibile ed efficace se riusciamo a dire un sano “no” e a riconoscere i momenti di ansia come momenti costruttivi e salvifici opponendoci allo stress del “voler fare a tutti i costi”. In questo caso è sempre opportuno, come sostiente lo psicologo di Napoli Dr. Alessandro Lobello, affrontare la problematica partendo dalle sue radici profonde.

Stanchezza cronica

Se siete stanchi appena alzati, dormite poco durante la notte, subito dopo pranzo avvertite quel senso di spossatezza, anche se avete fatto un pasto leggero è un campanello d’allarme da non minimizzare. Riducete il caffè, gli impegni serali, favorite il sonno, e diminuite qualche obbligo professionale e familiare, questo vi aiuterà a recuperare energie prima che la stanchezza possa diventare cronica e compromettere i rapporti lavorativi e familiari.

Apatia

Vi sentite totalmente disincentivati, non trovate più appagamento in quelle cose che prima vi procuravano gioia, sia al lavoro che a casa. Ma è normale avere un calo motivazionale. Sarebbe opportuno chiedervi se ciò è strettamente legato alla stanchezza o ci sono altri fattori che hanno determinato tale crisi. La sindrome di burnout di inizio estate potrebbe generare questi stati d’animo e voi non avete la contezza di ricondurla all’affaticamento del momento.

Mancanza di tempo

La routine diventa una monotona e deprimente consuetudine. Non siete più capaci di dedicarvi almeno un’ora al vostro benessere: una passeggiata, un aperitivo con le amiche, la lettura di un buon libro, una telefonata con una persona a voi cara, la seduta settimanale dal parrucchiere o dall’estetista, tutti molto occupati e sotto stress. Bisogna obbligare sé stessi a nutrire il corpo e la mente, per evitare e non arrivare a sera completamente svigoriti e senza forze. Se ogni piccolo impegno quotidiano (lavorativo o familiare) fagocita tutto il vostro tempo libero, siete in pieno burnout.

Malattie psicosomatiche

Il burnout è pericoloso: può portare ansia e depressione anche a una serie malattie di origine psicosomatica. I primi sintomi fisici che devono essere interpretati come campanello d’allarme sono i classici disturbi da stress quale: mal di schiena, emicrania, male agli occhi e ulcera. Per poter vivere le vacanze con serenità sarebbe consigliabile contattare uno specialista prima della partenza.

Integratori di piperina e curcuma aiutano a dimagrire?

Assumere regolarmente degli integratori alimentari a base di piperina e curcuma può essere un ottimo sostegno per perdere peso, il segreto è abbinarli ad uno stile di vita sano ed equilibrato.

Perché utilizzare gli integratori alimentari per dimagrire

Quegli integratori alimentari che contengono piperina e curcuma riescono a velocizzare il processo dimagrante aiutando chiunque a perdere peso senza troppi sacrifici. Uno stile di vita sano ed equilibrato è la chiave per perdere peso in modo corretto, ma non sempre, per esigenze lavorative o personali è facile rispettarlo, proprio per questo motivo, assumere degli integratori che potenziano gli effetti della dieta e dell’esercizio fisico ne può potenziare e velocizzare il raggiungimento dei risultati. Molto spesso infatti per iniziare a vedere i risultati di una dieta varia e non troppo restrittiva servono settimane se non mesi, stesso discorso per i risultati delle sessioni in palestra. L’aiuto esterno che gli integratori alimentari possono dare aiuta a raggiungere i propri obiettivi in minor tempo. Sono molte le persone che dopo qualche settimana di dieta vengono scoraggiate dalla mancanza di risultati concreti e visibili, con l’assunzione degli integratori, sarà possibile vedere non solo un dimagrimento ma numerosi altri benefici sull’intero organismo, maggiore energia, una pelle più bella e sana e molto altro.

Le proprietà dimagranti della piperina

La piperina è una sostanza alcaloide contenuta nel pepe nero, i suoi effetti benefici sulla salute sono straordinari:
– riesce a bloccare la formazione di nuovo tessuto adiposo da parte dell’organismo,
– facilita l’azione dell’organismo nell’eliminare il tessuto adiposo già esistente, al tempo stesso riesce a controllare i livelli di glucosio e colesterolo nel sangue, agendo in modo positivo anche sulla pressione.
Famosa per le sue proprietà termogeniche, la piperina permette di velocizzare e attivare in modo ancora più semplice quei processi alla base del dimagrimento e riesce a trasformare il grasso in energia impiegando la stessa in tutti i processi fisiologici e metabolici eliminando il cosiddetto grasso bianco e traendone beneficio per l’organismo.
Le proprietà della piperina non finiscono qui, permette anche all’apparato digestivo di funzionare meglio, velocizzando la digestione attraverso un maggior controllo sulla secrezione dei succhi gastrici e inibisce l’accumulo di quelle sostanze che possono appesantire l’organismo come gas e scorie.
Assumendo una maggiore quantità di piperina attraverso un integratore è possibile aumentare l’assorbimento di sostanze essenziali per mantenere giovane l’organismo come il coenzima Q10 e la vitamina A.

Le proprietà dimagranti della curcuma

La curcuma è una spezia conosciuta ed utilizzata da millenni, i numerosi benefici che apporta all’organismo sono ormai noti a tutti, in particolare è la curcumina, quella sostanza contenuta al suo interno che aiuta e stimola il processo dimagrante. In particolare, questa sostanza stimola la produzione da parte dell’organismo di adinopectina, una sostanza che trasforma le cellule adipose in energia e permette dunque di utilizzarla per ogni processo metabolico favorendo il dimagrimento. La curcuma nello specifico agisce nell’assimilazione di zuccheri e carboidrati, impedendo all’organismo di raggiungere i picchi glicemici che portano ad un accumulo di adipe. Zuccheri e carboidrati al contrario vengono bruciati e metabolizzati dal fegato prima ancora che avvenga la lipogenesi. Assumendo una discreta quantità di curcuma sarà possibile eliminare il senso di gonfiore successivo all’assunzione di carboidrati complessi, controllare i livelli di glicemia nel sangue e prevenire quelle patologie legate a queste condizioni come il diabete, l’insulino-resistenza, la depressione, arteriosclerosi e molte altre.
L’assunzione della curcuma apporta benefici nei processi dimagranti poiché permette di avvertire l senso di sazietà in modo più veloce, stimola l’organismo così da impedirgli di assimilare quelle sostanze dannose e aiuta soprattutto le donne a contrastare l’azione dei radicali liberi e la formazione di quei cuscinetti di adipe tipici della cellulite.

L’integratore alimentare Piperina e Curcuma Plus

L’azienda Natural Fit ha immesso sul mercato un integratore alimentare, sotto forma di compresse, che permette di sfruttare in sinergia i benefici della curcuma e della piperina. L’azione delle due sostanze è molto potente e favorisce in modo particolare il dimagrimento stimolando la produzione dei succhi gastrici, accelerando i processi metabolici e dunque eliminando il tessuto adiposo accumulato, sfruttandolo sotto forma di energia.
All’interno della formulazione di Natural Fit Piperina e Curcuma Plus è possibile trovare anche il Ribolife, una sostanza che combinata alla piperina e alla curcuma che ne potenzia in modo incredibile gli effetti. Il Ribolife infatti è un complesso che aiuta l’organismo ad assimilare al meglio curcuma e piperina. Le capsule possono essere assunte da tutti in quanto sono completamente naturali, tranne dai bambini e le donne in stato di gravidanza, anche coloro che soffrono di disturbi epatici dovrebbero prima consultare il proprio medico.

Gli integratori alimentari sono sufficienti per la perdita di peso?

Seppur gli effetti benefici della curcuma e della piperina siano stati sottoposti a numerosi studi scientifici, non è ancora assodato che la sola azione di pillole dimagranti permetta di perdere peso. Assumere degli integratori alimentari infatti non assicura un dimagrimento istantaneo, ma per agire, necessitano di essere affiancati ad una dieta sana ed equilibrata e dunque ad uno stile di vita corretto che preveda anche l’esercizio fisico. L’assunzione di piperina e curcuma deve essere controllata, come ogni altra sostanza se assimilata in quantità elevate può avere effetti collaterali, questo è il motivo per cui viene sempre consigliato di consultare il proprio medico prima di iniziare un trattamento con degli integratori alimentari. In particolare, alcune persone che soffrono di specifiche patologie come problemi gastro-intestinali o ulcere potrebbero risentire dall’assunzione della stessa, allo stesso modo chi soffre di problemi al fegato potrebbe mal tollerare l’assunzione della curcuma. L’azione ed i benefici degli integratori a base di curcuma e piperina sono dunque soggettivi e legati allo stile di vita proprio di chi li assume, per vedere gli effetti dimagranti bisogna accompagnarli con una dieta e dello sport altrimenti l’assunzione è fine a sé stessa.

Sindrome di Peyronie, quali sono le cause e come si cura

La sindrome di Peyronie consiste in un disturbo che è caratterizzato dalla guarigione anomale delle ferite all’interno del pene.
In sostanza, la sindrome di Peyronie comporta la formazione di placche non elastiche, composte da collagene e quindi fibrose sull’asta del pene. Questa malattia rara riduce un po’ alla volta l’elasticità dell’organo e può anche causare una curvatura più o meno netta del pene, che causa difficoltà di avere rapporti sessuali e dolore nelle erezioni.
Le conseguenze della sindrome di Peyronie possono essere anche accorciamenti del pene o restringimento a clessidra dell’organo.
La sindrome di Peyronie è una malattia che colpisce circa il 7% della popolazione di età compresa fra i 50 ed i 70 anni ed ha un impatto molto negativo sulla vita dei pazienti, specialmente sulla loro vita intima. Tale alterazione della vita sessuale è tanto più grave tanto più è accentuata la curva che si forma sul pene. Secondo alcuni studi, in Italia il 4% della popolazione soffre di questo disturbo, ma potrebbe essere un dato che sottostima la reale incidenza della patologia.

Cause della sindrome di Peyronie

La sindrome di Peyronie non ha delle cause completamente identificate. Secondo parte della comunità scientifica, l’eziologia della malattia sarebbe da ritrovare in un trauma meccanico singolo o reiterato a livello del pene e ad alterazioni micro vascolari. In genere questi traumi si possono verificare dopo una attività sessuale intensa ma anche per incidenti sul lavoro o durante l’attività sportiva. Le lesioni, in sostanza, usano delle rotture di piccoli vasi sanguigni del pene e un gonfiore che intrappola il sangue, il quale non può fluire e forma dei piccoli coaguli. La ferita guarisce man mano ma si forma un eccesso di tessuto cicatriziale che diminuisce l’elasticità dell’organo e può curvare il pene. Vi sono però soggetti che sviluppano la sindrome di Peyronie anche senza traumi pregressi, quindi si è ancora al lavoro nel determinare le cause.

Come curare la sindrome di Peyronie

Per la cura della sindrome di Peyronie sono presenti dei trattamenti non chirurgici e chirurgici. I farmaci prescritti nel trattamento non chirurgico dovrebbero aiutare a ridurre la dimensione della placca e la curvatura del pene, ma vi sono anche interventi con ultrasuoni e con radioterapia.
Spesso è possibile curare la sindrome di Peyronie tramite intervento chirurgico specialmente nel caso in cui la patologia determini un sostanziale peggioramento delle condizioni di vita del paziente. L’intervento chirurgico può dare miglior risultati rispetto alla terapia farmacologica, ma oggi si preferisce comunque proseguire nella terapia di infiltrazioni di collagene che possono ridurre la curvatura dell’organo e possono eliminare gradualmente la placca fibrosa.